Coraggio, siamo solo all’inferno
«Ucciderne uno per educarne mille» era il motto del terrorismo di Stato di Mao contro il suo stesso popolo. “Ucciderne mille per educare un governante” sembra essere la versione moderna del nuovo terrorismo internazionale.
Comprendere la minaccia
«La guerra è la continuazione della diplomazia con altri mezzi» affermava il grande teorico militare prussiano von Clausewitz. Ora, nell’era della nanotecnologia e della gestione trasversale asimmetrica di Internet, si potrebbe dire la stessa cosa del terrorismo – “la tecnica di guerra dei poveri” condotta dalla nuova “classe dei tecnici” dominante. Il terrorismo è globale come lo è “una guerra senza fine” perché non c’è “indirizzo del mittente” da ritenere responsabile per questa “propaganda dell’azione”. Inoltre mentre il Mad – Mutually Assured Destruction (distruzione reciprocamente assicurata) ha mantenuto una posizione di stallo nella guerra fredda nucleare negli anni ‘80, la distruzione certa non è più un deterrente contro gli attacchi suicidi. Il terrorismo è ora la principale minaccia militare per le più potenti nazioni del mondo. Tuttavia secondo Alan M. Dershowitz, professore di diritto all’Università di Harvard e noto avvocato difensore di criminali e terroristi, «il terrorismo globale organizzato è un fenomeno in gran parte fatto da noi» e noi possiamo e dobbiamo iniziare ad agire per ridurre la frequenza e la gravità degli attacchi terroristici. Perché il terrorismo funziona – comprendere la minaccia – rispondere alla sfida (Yale University Press) è il titolo del suo libro.
Nessuna pubblicità, nessuna giustificazione
A determinare il successo del terrorismo è stata la stessa comunità internazionale tutte le volte che essa ha ceduto alle richieste dei terroristi e cercato di capirne le “cause di fondo”. Per l’osservatore/ambasciatore dell’Olp alle Nazioni Unite «I primi dirottamenti hanno fatto di più, per la causa palestinese, di vent’anni di perorazioni alle Nazioni Unite». Di conseguenza Al Qaeda non accetta il commento del Presidente Bush dopo la decapitazione di Daniel Pearl che «I terroristi devono sapere che questi crimini non fanno altro che danneggiare la loro causa». In realtà, fino ad oggi noi abbiamo rimunerato questi crimini. Perciò Dershowitz dice che «danneggiare la loro causa» deve diventare una realtà. E la prima cosa da fare è negare loro pubblicità. In secondo luogo «dobbiamo impegnarci a non cercare mai di capire o eliminare le presunte cause di fondo, ma dobbiamo piuttosto mettere i gruppi di terroristi oltre il limite del dialogo e della negoziazione. Questo approccio duro non significa che non ci si dovrebbe mai occupare della causa di fondo. Se la causa è giusta, si dovrebbe prenderla in considerazione – tenendo conto della sua legittimità relativamente ad altre cause e con una penalizzazione che deve essere imposta per il fatto di aver fatto ricorso al terrorismo. Ancora un’analogia con i crimini ordinari: riconosciamo che la povertà e la disoccupazione possono contribuire alle cause di violenza urbana, che sono fra le sue cause di fondo. Ma non utilizziamo l’occasione di un assassinio correlato con l’assunzione di droga per dedicarci a queste cause di fondo. Al contrario puniamo l’assassino e raddoppiamo i nostri sforzi per trovare deterrenti e impedire futuri omicidi. Allo stesso tempo continuiamo a preoccuparci della povertà e della disoccupazione anche in assenza di omicidi collegati con l’utilizzo di droga, perché questa è la cosa giusta da fare».
Costa poco, incassa molto (magari anche il Nobel della Pace)
Qual è il migliore approccio per contrastare il fenomeno dei cosiddetti “kamikaze”? Ci si occupa nel modo migliore del terrorismo suicida se si tenta di fermare non chi mette la bomba, ma l’organizzazione che lo manda e i suoi sostenitori. «Il terrorismo è un fenomeno “dall’alto in basso” e non “dal basso in alto”. I singoli martiri in cerca di un capo possono essere pericolosi, ma molto meno dei capi carismatici capaci di persuadere i loro seguaci a rischiare o perdere la vita». I “soldati di fanteria” dell’attacco alle Torri Gemelle sono venuti a conoscenza del loro ruolo solo nel momento in cui sono saliti a bordo dell’aereo. Dershowitz rileva come – man mano che la sua campagna terroristica aumentava a partire dal dirottamento nel 1968 di un aereo El Al che volava da Roma a Tel Aviv – l’Olp sia stata premiata dalla comunità internazionale. Come disse a Oriana Fallaci in un articolo apparso su Life nel 1970 il fondatore del Pflp (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) «Il dirottamento di un aereo ha più effetto che se uccidessimo cento Israeliani in battaglia». Ed è anche meno rischioso poiché dei 204 terroristi arrestati in ambito internazionale fra il 1968 e il 1975 solo quattro erano ancora in prigione nel 1975. L’assassinio da parte di Settembre Nero di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco «da un punto di vista propagandistico è un atto pienamente riuscito» secondo il comunicato di Settembre Nero. Tant’è che il Cancelliere Willy Brandt si accordò poi con Yasser Arafat perché ci fosse un falso dirottamento di un jet della Lufthansa che “costringesse” il Cancelliere tedesco a rilasciare i tre membri catturati della squadra assassina di Settembre nero. Altro esempio: nel 1985 il presidente del consiglio italiano Bettino Craxi non permise agli americani di trasferire i dirottatori dell’Achille Lauro da Comiso negli Stati Uniti e qui sottoporli a processo. Processati ed incarcerati in Italia in base ad un accordo di compromesso con gli Stati Uniti, fu loro consentito in seguito di fuggire in nome di una più alta “ragion politica di Stato”. Anche la Francia e l’Austria hanno trovato motivi per lasciar fuggire dei terroristi. Dato il successo dei 70 attacchi terroristici compiuti fino al 2000, non sorprende che non solo Arafat, vincitore del Premio Nobel per la Pace, sia ritornato al terrorismo per “aggiustare le pecche” nell’accordo di Camp David, ma che altri, come l’Ira e l’Eta, abbiano seguito l’esempio e fatto affidamento sul suo successo. Peraltro ci sono stati anche fallimenti come i Curdi, gli Armeni e i Kashmiri.
Una democrazia tratta, la dittatura stermina
Tutto ciò ha qualcosa a che vedere con i tipi di società che trattano con il terrorismo? Dershowitz sottolinea che il terrorismo è più efficace contro una società aperta – una democrazia con limitazioni civili libertarie, umanitarie e costituzionali – piuttosto che quando si oppone a una dittatura. La libertà di informazione è il prezzo che noi paghiamo per la nostra libertà, ma c’è anche un costo. Quando Zacarias Moussaouri (uno degli estremisti islamici, di nazionalità francese, coinvolto nell’attacco alle Torri Gemelle, ndr) fu fermato dopo aver fatto nascere dei sospetti avendo cercato di comprare lezioni di volo, l’Fbi non cercò neppure un’autorizzazione per esaminare il suo computer portatile, perché gli agenti ritenevano che nessun giudice l’avrebbe concessa sulla base delle vaghe informazioni che avevano in quel momento. «Una dittatura non avrebbe scrupoli. Anzi ricorrerebbe alla limitazione di movimento, a punizioni collettive, ad omicidi mirati – per dirla con le parole di G. B. Shaw “la forma estrema di censura” – ad attacchi preventivi, a rappresaglie di massa, a processi militari segreti, alla tortura dei sospettati e delle loro famiglie. In quale altro modo Saddam Hussein rimane al potere malgrado i nostri tentativi di trattare con lui?».
Li possiamo torturare?
Prendendo in considerazione le opzioni amorali, Dershowitz considera le possibili opzioni tragiche di una democrazia per combattere il terrorismo. «Il terrorista che potrebbe far esplodere una bomba a orologeria dovrebbe essere torturato?» è il genere di problema ipotetico di una scelta fra mali che Dershowitz ha proposto ai suoi studenti di risolvere in 40 anni di insegnamento del diritto a Harvard. Messo davanti a un dilemma come quello se un irriducibile brigatista rosso avrebbe dovuto essere torturato per fargli confessare dove si trovasse Aldo Moro, il Generale Dalla Chiesa disse ai Servizi di Sicurezza: «L’Italia può sopravvivere alla morte di Aldo Moro, ma non può sopravvivere all’introduzione della tortura». La suprema corte di Israele è giunta ad una conclusione analoga. Tuttavia la tortura, come il terrorismo, qualche volta ha funzionato, fermando attacchi terroristici gravissimi. Non sempre, naturalmente, perché tutta la prevenzione del crimine è fallibile. Nel 1995, 67 giorni di tortura da parte delle autorità Filippine sono riusciti a sventare un tentativo di assassinare il Papa, di far precipitare undici aerei nel Pacifico e di far schiantare un Cessna pieno di esplosivi contro i quartieri generali della Cia. Queste informazioni e i sospettati “interrogati tatticamente” furono poi consegnati alle autorità americane. è un caso che «nella nostra età moderna (statunitense) la morte sia sottovalutata, mentre la sofferenza è sopravvalutata?». Il terrorismo solleva la questione su come una società basata sul diritto dovrebbe rispondere alla tortura non-letale finalizzata ad ottenere informazioni per fermare un terrorista con una “bomba ad orologeria”. Con le parole di Shakespeare «l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù?» – in questo caso i vizi gemelli del terrorismo e della tortura nell’azione di bilanciamento della sicurezza e della libertà. La questione, per una democrazia, è: chi prende la decisione, il poliziotto o il Presidente? è “un incidente” negabile “sotto lo schermo del radar” o un “precedente” in un palazzo di giustizia?
Fare del terrorismo una proposta perdente
Una democrazia non può evitare queste ed altre scelte per tenere in equilibrio sicurezza e libertà, come ripete Dershowitz in Raggiungere il giusto equilibrio. Bisogna fare del terrorismo una proposta perdente e quelli che ne approfittano devono essere disincentivati. Se la collettività spera di trarre vantaggi dal terrorismo,allora il disincentivo può essere di far soffrire la collettività nella sua interezza, come nel caso della Germania e del Giappone. Il terrorista ispirato religiosamente in modo apocalittico è più difficile da fermare, specialmente ora che sappiamo che le Twin Towers avrebbero potuto essere programmate ovunque per 300mila dollari Usa e – non ovunque, ma in parecchie aree di sottosviluppo del pianeta – reclutando manovalanza anche solo per 10 dollari Usa a vittima (come sembra si sia verificato nel caso della strage di Bali, secondo la confessione resa alla polizia indonesiana dal “regista” dell’attentato, il trentacinquenne Abdul Azis, alias Imam Samudra, membro del gruppo Jemaah Islamiah). La questione estrema dell’omicidio solleva anche altri interrogativi: ad esempio se sia ancora vero che è meglio che dieci colpevoli vadano liberi piuttosto che un innocente sia punito; o se sia giustificato mettere in prigione un sospettato, basandosi solo sul sospetto, in base al fatto che ciò potrebbe preservare migliaia di bersagli innocenti da un attacco terroristico. «La Costituzione non è un patto suicida», ha osservato il giudice Robert Jackson della Corte Suprema. “Diritto” e “Ordine” non sono sempre compatibili. Tornando alla questione posta a partire dall’11 settembre 2001: gli Stati Uniti stanno reagendo alle minacce del terrorismo troppo o troppo poco? Dershowitz risponde come avremmo potuto rispondere noi alla stessa domanda a proposito di Hitler negli anni ’30. Gli eccidi di massa di ebrei, zingari e folli da parte dei nazisti erano decisamente prevedibili partendo da Mein Kampf, ma se Hitler fosse stato sconfitto sulla Cecoslovacchia nel 1938 chi se ne fosse preoccupato sarebbe stato accusato di una reazione eccessiva. Adesso tutti noi pensiamo che la gente a quel tempo abbia reagito troppo poco. Dershowitz ritiene che la minaccia di un attacco che costerebbe centinaia di migliaia di vite sia in linea con le intenzioni dei terroristi di oggi. Per fermare questa mostruosa eventualità, egli raccomanda quanto segue.
Pensare l’inimmaginabile
Prima di tutto è necessario che ci sia un’inchiesta pubblica su cosa non ha funzionato l’11 settembre, un’inchiesta tipo la Commissione Roberts dopo Pearl Harbour e sul modello della British Royal Commission. Inoltre, come dopo Pearl Harbour e sempre seguendo il precedente britannico, Dershowitz suggerisce di reclutare i migliori cervelli del paese come decodificatori e per sviluppare strategie contro le armi di distruzione di massa. Queste persone, provenienti dalle università e dal mondo degli affari, devono essere non – come sotto Bush – “insiders” del partito e della famiglia, non “bi-partisan”, bensì veramente “non-partisan” e internazionali come i gruppi terroristici che stiamo fronteggiando. E’ in questo modo che, pur mantenendo le libertà civili e organizzando le Nazioni Unite, venne vinta la guerra aperta contro il nazismo e, in seguito, la guerra fredda contro il totalitarismo comunista. Ed è così che si spera che anche la guerra contro il terrorismo possa essere vinta. Anche se, come nei conflitti del passato, ci occorreranno armi adeguate, tecnologia e mobilitazione di risorse per poter pensare l’inimmaginabile.
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