Cosa insegna all’Italia il presidente amerikano

Di Reibman Yasha
14 Giugno 2007

Bastano due fotografie. Sono state scattate entrambe negli stessi giorni. Nella prima c’è George W. Bush, presidente degli Stati Uniti d’America, a Praga che stringe le mani dei dissidenti arabi e russi e cinesi. Nella seconda c’è Massimo D’Alema, ministro degli Esteri del nostro paese, che stringe le mani del presidente siriano Bashar al Assad. Chi sta difendendo di più i diritti umani e la libertà? Chi incontra e così legittima il parlamentare siriano mandato in carcere per aver chiesto democrazia e chi invece sostiene il dittatore di Damasco? Chi è il progressista e chi il conservatore? Chi sta dalla parte dei deboli e chi da quella dei forti? Chi da quella della giustizia e chi è con l’oppressore? Chi si sta muovendo solo per cinico calcolo e chi, senza andar contro ai propri interessi, sta cercando anche di promuovere ideali?
Non sarebbe anche nell’interesse italiano difendere e finanziare e rafforzare i dissidenti “futuri leader democratici” dei paesi arabi? Non sarebbe nostro interesse rafforzare l’antagonista democratico, possibile antidoto alla drammatica e falsa scelta tra fondamentalisti e regimi? Scelta falsa perché i secondi armano i primi, la Siria e l’Iran armano Hezbollah, l’Iraq di Saddam Hussein dava soldi ai kamikaze. Scelta miope, perché lascia nelle moschee gli unici spazi di libertà e di possibile opposizione ai regimi. Chi si sta opponendo a questa politica estera italiana? Le due fotografie mostrano senza pietà la realtà e ce la sbattono sotto gli occhi. Come andava accolto Bush a Roma?

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