Costretti a cambiare

Di Simoni Alberto
17 Gennaio 2008
Oltre all'uomo del dopo Bush, i Repubblicani devono ritrovare l'identità del partito. Dai temi etici alla guerra al terrorismo

Manchester (New Hampshire)
Nemmeno il tempo di cambiare abbigliamento e di lasciarsi alle spalle la neve del New Hampshire che, due giorni dopo le primarie nel Granite State, i candidati repubblicani sono volati al Myrtle Beach Convention Center, sulla spiaggia del Sud Carolina (dove si vota sabato 19), per incrociare i guantoni nel dibattito tv più atteso di questo primo scorcio di primarie. Immigrazione, Iraq e temi socioculturali l’hanno fatta da padrone: un mix perfetto per delineare l’agenda repubblicana e per ribadire le credenziali conservatrici che tutti, da Rudy Giuliani a Mitt Romney, dal quasi sfiancato Fred Thompson ai primi freschi vincitori in Iowa e New Hampshire, Mike Huckabee e John McCain, giurano di possedere in doti industriali.
La carovana elettorale guarda avanti, ma non può trascurare di riflettere sull’eredità lasciata dal voto in New Hampshire e sulla veridicità del verdetto espresso nel piccolo Stato del New England. Il fronte repubblicano resta un magma fluido, le nubi sull’identità del “front runner” per nulla diradate. Se le sentenze arrivate nella gelida notte di Manchester hanno certificato la rinascita di McCain, il secondo smacco di fila subìto da Mitt Romney, («Ho preso – dice lui con stizzita ironia – la medaglia d’argento»), e la tenuta parziale di Mike Huckabee, dai seggi escono più dubbi che certezze. Non solo sul nome del capofila, ma anche sull’identità di un Partito repubblicano che dopo il tentativo – ormai fallito – di compattarsi dietro Bush ora è in cerca di una nuova sintesi politica innovatrice. Con la sua frangia consistente di indipendenti (il 44 per cento degli elettori), il New Hampshire rischia infatti di confondere ancora di più le acque nel mare agitato della destra Usa. Perché la battaglia nel più tradizionalista Stato del New England, fiero della sua autonomia di giudizio e mai allineato, spariglia le carte. Ha vinto McCain, l’uomo che l’establishment repubblicano fatica a sostenere per le sue posizioni politiche da “maverick”, da cavaliere solitario ammirato dalla sinistra. E dagli indipendenti, il suo bacino di voti preferito. Bastava stare fra i suoi supporter nei giorni scorsi, ubriachi di gioia per il bis dopo il successo ai danni di Bush del 2000. Professionisti, avvocati, impiegati, giovani: figure lontane dallo schema del conservatore. Indipendenti con il cuore che batte – ha detto un’attivista con ancora addosso gli adesivi pro McCain – «per quello più onesto, preparato e determinato».
Nel Granite State, la maggioranza è contro il diritto di portare le armi, sostiene le ricerche sulle cellule staminali embrionali, ha votato a favore delle unioni gay e vuole finire subito la guerra in Iraq. «Cani sciolti» li ha definiti un sondaggista che ha chiesto l’anonimato deluso dal risultato del suo “capo”, che «votano a seconda degli umori e di come tira la campagna elettorale». Gruppo eterogeneo che dalle parti della Bible Belt o nel Midwest verrebbe forse chiamato, con tono sprezzante, «liberal». L’esito della “battaglia” dell’8 gennaio è tutto da decifrare. Qui per conquistare il cuore della gente bisogna corteggiare chi conservatore lo è a modo suo. Senza isterismi né pregiudizi sulle questioni etiche, con un occhio attento all’ambiente, senza sbraitare sull’immigrazione e con lo sguardo severo nei confronti della missione Usa in Iraq. Quasi l’opposto di quel credo conservatore in nome del quale giovedì 10 in Sud Carolina i duellanti si sono sfidati sulla Fox News. Difficile oggi conciliare le due identità.
Quanto conta allora la vittoria di McCain e quanto il secondo posto di Romney? E l’assenza di Giuliani? O il resistere di Huckabee? Gli analisti faticano a trovare un punto d’approdo e identificare il leader. I “moral issues” sono di fatto rimasti esclusi dalla contesa del New Hampshire, ma in Iowa la religione e il suo ruolo nella società hanno pesato eccome. E tornerà prepotente sabato in Sud Carolina. Cal Jillson politologo della Southern Methodist University in Texas spiega a Tempi: «Il tema è fondamentale. Senza l’appoggio della destra evangelica non si va alla Casa Bianca. E poi tutti i candidati repubblicani si dicono a parole sostenitori di un ruolo attivo della fede nella società».

Conservatori atipici
Eppure nel dibattito che il 5 gennaio ha anticipato le primarie del New Hampshire, nessuno ha fatto accenno alla legge che dal primo giorno del 2008 ha ammesso i matrimoni omosessuali nello Stato. Solo Romney ha parlato di «attacco alla famiglia» e «di danno per i bambini». D’altronde su questo tema nemmeno i Repubblicani locali, pur osteggiando l’iniziativa della maggioranza democratica nel Parlamento locale, hanno mai eretto barricate. Eppure scorporando i voti, puntualizza Jillson «si nota che fra i repubblicani Romney ha vinto e che McCain vince solo dove gli indipendenti gli danno una mano».
John Samples del Cato Institute va oltre i “moral issues”. Boccia McCain senza appello. Dice a Tempi: «Nel 2000 ha attaccato i leader evangelici, quindi ha fatto approvare una legge sulla riforma del finanziamento alla politica contro il volere dell’80 per cento del Partito repubblicano. Una legge che toglie voce non solo alle lobby delle armi ma limita anche l’azione politica e di finanziamento ai candidati di gruppi anti aborto. Perché in novembre quindi gli elettori moderati dovrebbero votare McCain?». «Huckabee invece – aggiunge Samples – spaccherebbe il partito».
Intanto l’eroe del Vietnam ha ritrovato il sorriso con o senza indipendenti e per ora senza scivolare sulle questioni etiche. Romney diventa, come ricorda sul Weekly Standard Fred Barnes, l’uomo dell’establishment. «Perfetto, con il curriculum a posto. Ma preconfezionato», è la stilettata. Giuliani sta alla finestra. Aspetta la Florida. «Se alla fine la nomination andasse a lui – sentenzia Peter Brown della Quinnipiac University – sarebbe una rivoluzione: non solo avrebbe stravolto le regole delle primarie entrando in corsa quasi un mese dopo. Ma per la prima volta da oltre 30 anni i Repubblicani avrebbero un candidato alla Casa Bianca pro aborto». E allora sì sarebbe il caos nel partito che solo Reagan seppe riunire.

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