CPE, la protesta come primo impiego
Parigi. Lo scorso 12 aprile il Senato ha spazzato via definitivamente il Contratto di primo impiego (Cpe), con il quale il primo ministro, Dominique de Villepin, voleva cercare di far diminuire la disoccupazione tra i giovani. Dopo oltre due mesi di mobilitazione studentesca e sindacale, con alcune decine di università occupate e centinaia di manifestazioni in tutta la Francia, de Villepin e il governo hanno deciso di rinunciare al Cpe per mettere un termine all’ennesima crisi francese, che viene dopo il ‘no’ al referendum sulla Costituzione europea e l’esplosione della violenza nelle banlieue.
Per sostituire il Cpe sono state approvate alcune misure che permetteranno la creazione artificiale di posti di lavoro, sovvenzionati con denaro pubblico e riservati ai giovani più in difficoltà. Una soluzione provvisoria, non strutturale, già utilizzata negli ultimi anni e di cui si conosce la modesta efficacia contingente. Si fa sempre più forte l’impressione di assistere a un gigantesco gioco di specchi che maschera gran parte della realtà. Cominciando dallo stesso de Villepin, che ha voluto imporre il Cpe senza discuterne con nessuno, convinto com’era che avrebbe avuto dei risultati positivi prima delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, per le quali aveva qualche ambizione. Il risultato è disastroso per lui e anche la destra ne esce con qualche ammaccatura. Dall’altra parte, sia la sinistra sia i sindacati, che hanno approfittato della splendida occasione per ricomporre le loro profonde divisioni interne, considerano il ritiro del Cpe come una grande vittoria. Il problema è che, con il Cpe o senza, un giovane francese impiega dagli 8 agli 11 anni a trovare un lavoro stabile mentre la media dei paesi Ocse è compresa tra i 3 e i 5 anni; e che il 70 per cento dei giovani che riescono a trovare un lavoro sono assunti con un contratto interinale che dura meno di 15 giorni o con un Cdd (contratto a durata determinata) che nel 50 per cento dei casi dura in media meno di un mese. Si fa davvero fatica a vedere dove sia la vittoria, se davvero è della precarietà e della disoccupazione giovanile che ci si preoccupa.
OSTAGGI DEI ‘DEMOCRATICI’
Oltre a queste incongruenze, a far pensare ad un gioco di specchi è anche lo spazio dato dai media a personaggi come la presidente della Confédération étudiante, Julie Coudry, spesso presente nei giornali e negli studi televisivi pur rappresentando il suo sindacato studentesco solamente 2.000 iscritti (sulla scarsa rappresentatività dei sindacati e sul modo di presentare i sondaggi vedi box). Sempre per rimanere al gioco di specchi, è sorprendente lo scarso interesse dei media per i metodi antidemocratici utilizzati da alcuni sindacati studenteschi, come l’Unef, ‘vicino” ai socialisti, per alimentare la contestazione.
All’università Rennes II, per esempio, dove a febbraio era partita la contestazione contro il Cpe, il rettore voleva organizzare tra gli studenti un voto regolare, quindi segreto e riservato a chi presenta la tessera da studente, per sapere se la maggioranza era favorevole o contraria all’occupazione. Ma, ha spiegato il rettore, la consultazione «non ha potuto essere portata a termine in seguito alla decisione dell’assemblea generale degli studenti che ha deciso di interrompere il voto con la forza», impedendo agli studenti l’accesso all’anfiteatro. Il giorno dopo, e sapendo quello che era successo a Rennes, un voto previsto all’università di Nanterre è stato annullato dal rettore per evitare tensioni e violenze tra gli studenti. Là dove si è comunque potuto votare a scrutinio segreto presentando la propria tessera da studente, come a Digione o a Tours, il voto è stato favorevole alla ripresa dei corsi, ma gli studenti che bloccavano l’università hanno deciso di non tenerne conto. Metodi squadristici che, in nome della difesa degli studenti, e probabilmente anche grazie ad ampie connivenze nelle redazioni dei giornali, hanno evitato l’onore delle prime pagine.
Come sempre capita, c’è chi ha comunque fatto correttamente il suo mestiere. Il programma pomeridiano di attualità ‘C dans l’air’, sul quinto canale televisivo pubblico, il 23 marzo ha proposto un reportage sull’occupazione dell’università di Censier-Paris III. Nel video, il giornalista fa notare a una ragazza che il picchetto che sta facendo impedisce a chi desidera studiare di entrare nell’università. La risposta è senza ambiguità: «Io assumo il fatto di prenderli in ostaggio e per questo di non avere legittimità. Non mi dà fastidio perché considero che l’obiettivo vale la pena e che è il solo mezzo che abbiamo per fare pressione e quindi lo utilizziamo. Non mi piace il discorso ‘sì, è democratico perché è stato votato nell’assemblea generale e quindi ne abbiamo il diritto’. No, non abbiamo il diritto di impedire alla gente di venire a studiare, ma ce lo prendiamo. Per me è necessario, e quindi lo facciamo».
Lodevole anche l’iniziativa del quotidiano della capitale, Le Parisien, che ha mandato quattro suoi cronisti a verificare quante persone erano effettivamente presenti alla manifestazione del 4 aprile a Parigi. Per i sindacati 700 mila, e per i cronisti che han fatto la conta 230 mila. Una bella differenza. Più in generale ha però prevalso la trascuratezza informativa. Sono così passate praticamente inosservate le elezioni universitarie studentesche tenutesi tra il 21 marzo e il 7 aprile. In quell’occasione la Fage, un sindacato studentesco contrario al Cpe ma anche alle occupazioni delle università, criticando chi ha cercato d’impedire con la forza il regolare svolgimento delle operazioni di voto, ha parlato di «democrazia studentesca in lutto».
«decidono le minoranze influenti»
Di fronte a queste evidenti negazioni dei basilari princìpi democratici, l’arcivescovo di Parigi, André Vingt-Trois, in occasione del pellegrinaggio degli studenti a Chartres, il 27 marzo, ha reagito affermando che «la nostra democrazia dovrebbe vergognarsi nel veder risorgere nel suo seno i fantasmi del totalitarismo. (.) Quando mi si dice che le assemblee generali sono manipolate e che le decisioni vengono prese da minoranze influenti, mi chiedo se non si abbandona il terreno lasciando deperire le organizzazioni democratiche». Sulla stessa linea più di cinquanta professori universitari, che in un articolo pubblicato l’11 aprile dal Figaro hanno scritto: «Il normale funzionamento delle università è fortemente perturbato, ed anche impedito, da una parte degli studenti e qui e là da una parte degli insegnanti e del personale amministrativo. (.) Le condizioni nelle quali le numerose occupazioni sono imposte con la forza sono contrarie a numerosi diritti fondamentali e alla democrazia». Alla Sorbona l’occupazione è durata poche ore, perché il rettore ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine. Nelle altre università occupate i rettori hanno in generale preferito ‘dialogare’ con chi faceva i picchetti. Anche per evitare, come ha spiegato Yannick Vallée, rettore dell’università di Grenoble e vicepresidente della Conférence des Présidents d’Université, di essere considerati come dei fascisti. Paradossale.
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