Cristiani in fuga dal Medio Oriente, per il Vaticano la ferita è “grave”

Di Eid Camille
08 Febbraio 2007

Due settimane fa un’intera famiglia cristiana ha lasciato Beit Sahur per emigrare negli Stati Uniti. Si tratta della 173esima famiglia che lascia definitivamente questo piccolo villaggio sito alle porte di Betlemme dal 2000, anno di inizio della seconda Intifada. Dalla metà del secolo scorso a oggi, la percentuale dei cristiani si è drasticamente ridotta in numerosi paesi mediorientali: in Libano è calata dal 50 al 38 per cento; in Terrasanta dal 6,8 all’1,6; in Iraq dal 3,2 all’1,4.
La fuga dei cristiani ha varie motivazioni: paura della crescita del fondamentalismo, dell’instabilità politica, delle discriminazioni statali. Quello dell’emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente è un tema spesso sottovalutato dai mass media. Ne ha parlato a Roma monsignor Dominique Mamberti, segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, nella sua prima uscita pubblica da quando è stato nominato “ministro degli Esteri” vaticano lo scorso 15 settembre. Mamberti ha denunciato con forza il «doloroso problema» del calo dei cristiani nei paesi arabi e la questione «grave» della loro continua emigrazione. «Solo l’anno scorso – ha detto – in migliaia e migliaia hanno abbandonato l’Iraq e il Libano per le situazioni di guerra». Mamberti ha anche ricordato che la sorte dei cristiani mediorientali sta particolarmente a cuore al Papa, il quale «in una lettera ai cattolici che vivono in Medio Oriente ha espresso vicinanza e affetto per una situazione di insicurezza». Ma, a fianco di questo lodevole sforzo del Vaticano, anche l’Occidente ha delle responsabilità. Sostenere la presenza cristiana significa, infatti, aiutarla a svolgere un ruolo: quello di essere un seme di dialogo con le altre comunità, e di opporsi al tentativo di sfruttare la religione per giustificare il terrorismo e la violenza.

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