Critica della ragion distorta
Vittorio Mathieu, “Le ‘storture’ di un uomo di princìpi”, Il Giornale, 10 febbraio
Analizzando l’etica di Kant: «Ragione è per lui una facoltà dell’animo di determinare qualcosa da sola, senza l’ausilio dell’esperienza. Basti l’esempio della motivazione con cui pensa di giustificare la non punibilità dell’infanticidio “d’onore”: il figlio nato fuori del matrimonio è nato fuori della società, quindi non ha diritto alla protezione della società. Siamo nel campo del diritto, non dell’etica, d’accordo, ma vedete un po’ a quali storture può andare incontro un uomo “di princìpi”».
«Mio figlio è Down. Voglio il divorzio», La Stampa, 11 febbraio
«Aveva chiesto alla moglie, 38 anni, di sottoporsi all’amniocentesi. Lei aveva rifiutato su consiglio di un medico obiettore di coscienza. L’avvocato tenta la riconciliazione: “Ma ormai lui rifiuta la famiglia”».
Roberto Colombo, “La terapia cellulare è utile, ma si può ottenere per altre strade”, Il Foglio, 14 febbraio
All’Università Nazionale di Seul, hanno sviluppato 30 embrioni umani per prelevarne le cellule staminali destinate alla cosiddetta “medicina rigenerativa”. «Lo scopo per il quale questi embrioni umani sono stati generati è diverso da quello che ha spinto i ricercatori a clonare Dolly e tutti gli altri animali. Non si è voluto far nascere e vivere un nuovo essere vivente, sia pure con caratteristiche biologiche speciali e predeterminate, ma ci si è mossi secondo un pensiero opposto e perverso: generare un essere umano per distruggerlo».
COMMENTO
Nel pensiero di Kant si ritrova perfettamente la mentalità di oggi: la ragione decide astrattamente che cosa vale, cosa ha diritto di esistere. Sul piano dell’etica, la conseguenza – come si evince dagli articoli riportati – è pericolosa: lo schema ideologico giustifica i mezzi. Si può fare tutto e non esiste limite alcuno, se non quello legale. Come suggerisce Mathieu, un uomo “di principi”, se vive solo di quelli, è un uomo “storto”, perché riduce la realtà a quelli e si riduce a vivere per quelli.
Ne “L’ultimo samurai”, attualmente nelle sale cinematografiche, il protagonista a un certo punto dice: «Io so solo che l’uomo fa tutto quello che può, in attesa che il suo destino gli si riveli». Fare tutto quello che si può; non tutto quello che si vuole. Il destino; non il proprio progetto. Certo, non è facile accettare, vivere, un destino drammatico (come quello del padre del figlio Down), ma è troppo facile rifiutare – a volte ammazzare – ciò che rende faticosa la vita. Alla faticosità del vivere non c’è alternativa. Ci può essere solo la speranza di un bene e di una positività che la nostra ragione desidera, ma non afferra; che scopre come notizia vera e presente, benché lontanissima, cioè imprevista: bisogna avere il coraggio di accettare questa notizia.
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