Cronistoria di una rivolta ad orologeria

Di Bottarelli Mauro
09 Febbraio 2006
LE CARICATURE "BLASFEME" USCIRONO PER LA PRIMA VOLTA nel settembre del 2005: perché questo scoppio d'ira ritardato? basta rileggere gli eventi

Le caricature del profeta Maometto, apparse quattro mesi fa su un quotidiano danese, hanno suscitato proteste, in alcuni casi violente, in molti paesi musulmani. Ma il timing di questa escalation appare quantomeno sospetto. Se infatti al momento della pubblicazione fu l’imam palestinese Abu Laban, da dodici anni a Copenaghen, a sobillare gli islamici danesi e richiedere l’intervento diplomatico di alcuni Stati, ora il sospetto che le violenze siano eterodirette e sottendano una strategia tutta politica cresce. Troppo sospetta la coincidenza tra il trionfo elettorale di Hamas e l’aumento delle violenze islamiche che mai, dallo scorso settembre, avevano toccato certi picchi. Per dimostrare tutto questo non servono azzardate analisi complottarde, è sufficiente una cronaca dei fatti.

Il 30 settembre 2005 lo Jyllands Posten, il più diffuso quotidiano danese, pubblica 12 caricature sotto il titolo “I volti di Maometto”. I rappresentanti musulmani in Danimarca chiedono il ritiro delle vignette e le scuse ufficiali. Il 12 ottobre 2005 il caporedattore dello Jyllands Posten riceve minacce di morte. Due giorni dopo, il 14 ottobre, più di 1.000 musulmani manifestano a Copenaghen capeggiati dal già citato imam palestinese Abu Laban. Il 20 di ottobre undici ambasciatori dei Paesi musulmani, in visita a Copenaghen, protestano davanti all’ufficio del primo ministro liberale Anders Fogh Rasmussen, che si rifiuta di riceverli. Per oltre due mesi non accade più nulla: non una protesta formale, non una manifestazione, non un boicottaggio, non una richiesta formale di scuse, non un passo diplomatico. Tutto sembra terminato nel dimenticatoio della storia con i suoi accidenti. Il 29 dicembre, poi, la Lega Araba condanna le vignette definendole un attentato contro la santità delle religioni, del profeta e dei valori dell’islam. Ci sono voluti tre mesi prima che questo accadesse, nonostante la notizia della pubblicazione avesse fatto da subito il giro del mondo islamico attraverso i mezzi d’informazione e Internet. è il primo atto formale e politico.

Il 5 gennaio scorso viene raggiunto un accordo tra la Danimarca e il segretario generale della Lega Araba, Amr Moussa, per la distribuzione, nei paesi arabi, di una lettera di Rasmussen che, pur difendendo la libertà d’espressione, condanna «tutte le azioni volte a demonizzare alcuni gruppi in virtù del credo e dell’appartenenza etnica». è l’inizio dell’escalation al contrario: alcuni giornali europei, colpiti da questa limitazione della libertà di espressione che il mondo islamico reclama, dimostrano la loro solidarietà ripubblicando le vignette.

Il 10 gennaio è la volta di Magazinet, un giornale cristiano norvegese, che pubblica le caricature in nome della «libertà d’espressione». Due giorni più tardi il redattore capo del giornale dichiara d’aver ricevuto minacce di morte.

Il 21 gennaio l’Unione internazionale dei saggi musulmani, dal Cairo, invita tutti i musulmani del mondo a boicottare prodotti e attività danesi e norvegesi.

Il 26 gennaio l’Arabia Saudita richiama il proprio ambasciatore a Copenaghen.

Il 29 gennaio il primo ministro danese Rasmussen dichiara che il suo governo in nessun caso ha influenza sui mezzi di comunicazione e che né l’esecutivo né lo Stato possono essere ritenuti responsabili.

Il 30 gennaio i paesi scandinavi annunciano misure per proteggere i propri cittadini in Medio Oriente. Il giornale Jyllands Posten presenta le proprie scuse ai musulmani. Non è il solo. Il giorno dopo, 31 gennaio, anche il giornale norvegese Magazinet esprime il proprio rammarico per l’offesa arrecata ai musulmani. Ma non è già più tempo di scuse informali, cominciano a muoversi pesantemente la politica e la diplomazia. I ministri degli Interni dei paesi arabi, riuniti a Tunisi, chiedono al governo danese di «sanzionare con decisione» gli autori delle vignette. Alcuni organi di stampa non ci stanno e rilanciano.

Il 1 febbraio molti giornali europei, tra cui il francese France Soir e gli italiani Libero e La Padania, ripubblicano le caricature. Marocco e Tunisia vietano la vendita del quotidiano francese, mentre Raymond Lakah, il proprietario franco-egiziano di France Soir, ne licenzia il direttore, per «rispetto per le convinzioni di ogni individuo». è l’inizio dell’autocensura europea.

Il 3 febbraio alcuni giornali belgi, fiamminghi e valloni, pubblicano tutte o alcune delle vignette. Nel frattempo a Giakarta circa 300 militanti islamici fanno irruzione nell’ambasciata danese. Irrompe sulla scena Hamas che condanna con durezza le vignette mentre nei Territori le proteste sfociano in violenze aperte.

Il 4 febbraio l’Ue invita i palestinesi a proteggere le sedi europee. Diverse centinaia di militanti islamici incendiano le ambasciate di Danimarca e Norvegia a Damasco. Alcune dozzine di giovani palestinesi cercano di irrompere nella sede Ue di Gaza City. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad annuncia ritorsioni contro i paesi occidentali in cui sono state pubblicate le caricature. La polizia siriana blocca alcuni manifestanti in procinto di attaccare l’ambasciata francese a Damasco. A Londra un gruppo di manifestanti, alcuni dei quali vestiti da kamikaze, inneggia all’omicidio di disegnatori e giornalisti.

Il 5 febbraio incidenti a Damasco e nei Territori palestinesi. Manifestanti danno alle fiamme l’edificio del consolato danese a Beirut e attaccano case e chiese del quartiere cristiano. La Danimarca chiede a tutti i suoi cittadini di lasciare il Libano. Più di mille afghani protestano contro i giornali che hanno pubblicato le vignette. Gruppi militanti iracheni minacciano di morte i cittadini occidentali presenti nel paese.

Il 6 febbraio le proteste divampano violente sia in Somalia che in Afghanistan, con morti e feriti. Il governo iraniano decide la sospensione di tutti gli scambi commerciali con la Danimarca mentre un allarme bomba porta all’evacuazione della sede di France Soir. E tutto questo fino al giorno in cui questo settimanale va in stampa.

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