Cucù, Gore (forse) non c’è più

Di Respinti Marco
15 Dicembre 2000
Nostalgici dell'era Thatcher-Reagan scommettiamo sulla riconquista repubblicana della Casa Bianca. Ma anche se la battaglia legale dovesse dar ragione al delfino di Clinton, il mito-immagine della Terza Via liberal tanto cara a Tony Blair (e, in subordine, a Lionel Jospin, Gerhard Schröder e Giuliano Amato) ne uscirà inevitabilmente appannata. Ragionando come se Bush fosse già Presidente e l'Europa fosse quello che in realtà è, dopo Nizza

George W. Bush ha (finalmente) vinto. Per ricapitolare: metà degli americani non è andata a votare; il piccolo incremento nel numero dei voti espressi si spiega con l’“effetto Ralph Nader” (che ha convinto una parte del non-voto); l’era Clinton è definitivamente tramontata. Il “pasticcio della Florida” inficia poco, pochissimo, praticamente nulla lo scenario della prima presidenza statunitense del Terzo Millennio. Perché il sistema dei collegi elettorali resta un artificio costituzionale che difende dalla “tirannia delle masse” e favorisce un assetto istituzionale non centralistico; perché la porzione di nordamericani interessati alla “vicenda di Palm Beach” è comunque una minoranza; perché Bush (come lo sarebbe stato Gore, se avesse vinto) è e resterà — a parte un piccolo gregge — il presidente di tutti, sia che lo abbiano votato, sia che abbiano votato uno dei suoi rivali, sia che non abbiano votato affatto. Il poco margine che oggi divide Bush da Gore verrà sublimato, più che colmato, dall’“effetto Grande Padre”, quando — con atteggiamente davvero bipartisan — la nazione amerà o odierà, osannerà o condannerà, seguirà o biasimerà il presidente non perché Repubblicano, ma in quanto capo incontestato di quella One Nation Under God tutta che, pur gelosi delle proprie particolarità e dei propri localismi, gli statunitensi hanno nei secoli costruito traendo e pluribus unum. Si dà però il caso che oggi il Grande Padre sia un presidente Repubblicano. Il quale, per farsi eleggere, ha rispolverato parole d’ordine a cui gli americani (paradossalmente anche, a volte soprattutto, quelli che non votano) sono attaccatissimi: responsabilità personale, famiglia, comunità, libertà d’impresa, proprietà privata, riduzione fiscale, decentramento, libertà di educazione e qualità dell’insegnamento, “isolazionismo” (in realtà solo riduzione dei costosi e sovente sciocchi impegni “imperialistici” esteri degli Stati Uniti). Un presidente che è cioè tornato a parlare la lingua che fu di Ronald Reagan. La lingua che ha galvanizzato un Paese grande, diversificato e dal palato difficile come lo sono gli Stati Uniti, e che ha dato la presidenza all’uomo che avrebbe poi sconfitto l’“ideologia delle ideologie”, conquistato pure parte dell’elettorato e degli esponenti del partito suo avversario, ripreso contatto con il popolo saltando a piè pari le strutture intemedie di un potere sempre più fine a se stesso, iniziato quella rivoluzione (in senso copernicano) dei cittadini che ha cambiato il volto del pianeta. Il “conservatorismo compassionevole” messo alla berlina dalla stampa liberal è stato solo il tentativo, peraltro invero un po’ goffo, di riportare in auge certe politiche reaganiane liberate da quelle incrostazioni caricaturali che la sinistra “illuminata” ha gettato loro addosso nel corso degli anni Novanta e il suo ingresso alla Casa Bianca grazie a Bush Jr. significa, mediante la sconfitta di Gore, la fine definitiva dell’illusione Clinton. Ovvero il tramonto dell’“Ulivo mondiale” per abbandono del campo di uno dei suoi paladini internazionali. Forse che l’avvento di Bush al potere segni la fine di quella Terza Via autodefinitasi socialdemocratica che, in Europa e in America Settentrionale, ha nella migliore delle ipotesi significato stallo della cosa pubblica e vessazione dei cittadini? È verosimile. Molto. Anche perché in Europa i partner neoprogressisti del ticket Clinton-Gore appaiono oggi piuttosto appannati, Tony Blair in primis e Romano Prodi — alle prese con un’Unione Europea sempre più riottosa — a ruota. Quale che sia l’escamotage con cui l’Europa del dopo Vertice di Nizza cercherà di cavarsi d’impaccio, un fatto è certo: così come è stato gestito fino a oggi da governi di Sinistra e da una Commissione Europea a regia ulivista, il Vecchio Continente non gliela fa più. E scoppia: l’irriducibilità degli Stati membri della UE cosiddetti “minori” a lasciarsi schiacciare nei giochi di potere dei “grandi” è solo il sintomo di una insoddisfazione enorme. Dall’Atlantico agli Urali, le Sinistre al governo — a Washington, al Palazzo dell’Europa di Bruxelles, a Londra e in tutte le altre capitali del nostro Continente — hanno fatto il loro tempo. Dopo la pioggia viene sempre il sereno e la vittoria di Bush — soprattutto per tutto quanto essa rappresenta in termini di società civile — ha cominciato a inclinare la lancetta del barometro dalla parte giusta. Il Godot delle Sinistre non è arrivato. Largo, dunque, al “ritorno del reaganismo”. Mondiale.

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