Cuore di panna
C’è qualcosa che non funziona nel cuore che batte a sinistra. Adesso che si è smesso di pedalare col Triciclo come lo dobbiamo immaginare il centrosinistra nei prossimi anni?
Dall’internazionalismo all’interismo
«Radicalità e riformismo debbono andare a braccetto», ha spiegato Walter Veltroni. È la sintesi di quel che l’inquilino del Campidoglio impersona e che Sergio Cofferati ha abilmente intuito essere la via più breve per la gestione del potere: un etto di internazionalismo e un bel quintale di interismo. Un po’ d’internazionalismo d’antan, rinverdito dai vari Nunzio D’Erme (il disobbediente spalmaletame consigliere a Roma) e Luca Casarini (il cattivo che realizza quel che il buon Pecoraro sogna), a braccetto con l’interismo morattiano (con logo Emergency e “Costanzo Show”) e i buoni sentimenti veltroniani.
L’interismo è proprio una faccenda da calciatori nerazzurri, come ci informa il Venerdì di Repubblica (“Caro Marcos ti scrivo. Firmato, l’Inter”, 18 giugno), che hanno devoluto 5mila euro e scritto al subcomandante Marcos: «Compagni, condividiamo gli stessi princìpi e ideali nei quali si vede riflesso lo spirito zapatista. Crediamo in un mondo migliore, non globalizzato ma arricchito dai differenti costumi e dalle culture di ogni popolo (…). Sebbene con obiettivi diversi, noi vi appoggiamo». Il tutto con l’assenso informato non della principessina Milly, ma proprio di Massimo Moratti, il petroliere già sostenitore di Emergency (organizzazione umanitaria che nacque una sera al “Maurizio Costanzo Show”) e probabilmente l’unico presidente di football club ad avere nel suo staff un manager delegato alla funzioni di “ministro delle attività sociali”. Chissenefrega che il subcomandante Marcos gira con passamontagna e fucile, pazienza se l’Elzn è un gruppo paramilitare e non una squadretta di periferia. Il petroliere no global, il miliardario che risciacqua i propri euro nell’Arno della beneficenza è lo spot subliminale più consono alla linea politica del duo Cofferati-Veltroni. Programmi non ne servono, basta leggersi l’intervista che il neosindaco felsineo ha rilasciato a Repubblica il 18 giugno (“A Bologna uniti sul progetto segnale per l’Ulivo nel 2006”), in cui per il Cinese è tutto un «non che la lista dell’Ulivo sia andata male, però», e annotarsi la serie di consigli non richiesti dati da uno che ha messo insieme tutti, «da Rifondazione al centro moderato, e 85 associazioni della società civile». E poi il tocco che dice tutto: «Ai festeggiamenti la piazza ha cantato per due ore di fila “Bella ciao”».
Liberazione emotiva
E allora cantiamo, come si è fatto a Roma, in piazza Venezia, il 6 giugno, evento organizzato dal Comune per festeggiare la liberazione d’Italia. In realtà quell’anniversario cadeva due giorni prima, però c’era anche George W. Bush, due giorni prima, nella capitale. Come fare a non stringergli la mano e, colpo anche alla botte, a non mischiarsi coi parenti impresentabili Disobbedienti e Cobas? Ecco l’idea del 6 e l’invito alle scuole romane a esibirsi con canti e balli in piazza, davanti a due generali americani del ’45 e alle associazioni dei partigiani. Tre piccioni con un microfono: siamo grati agli americani (di allora, non i babykiller di oggi), siamo giovani e innocenti (i ragazzi delle superiori romane), siamo in tanti (per ogni alunno: mamma, papà, nonna e fidanzato/a). Vabbè, Dio sarà anche malato, come sostiene un celebre libro del nostro Walter, ma di un anniversario o si rispetta la data o è come festeggiare Natale il 27 dicembre. Pinzillacchere. L’interismo è l’astuzia di giustificare l’assenza di ragioni con l’unico collante che non appiccica sani interrogativi: il sentimentalismo.
A presentare la serata c’era infatti Vincenzo Mollica, il campione del giornalisticamente corretto, che ha pregato il pubblico di «porre attenzione alla canzone che ci aiuta a capire il senso di questa serata, un brano di “liberazione emotiva”». Ovverosia la “Guerra di Piero” di Fabrizio De André, cantata da un gruppo di liceali, intervallata con brani di Bertold Brecht e, novità delle novità, con il finale di autorità, prof., mamme e papà a intonare in coro “Bella ciao”. Notevole anche la ciliegina della diciassettenne «dotata di una splendida voce – così l’ha chiamata sul palco Mollica –, che vuole fare la cantante e noi glielo auguriamo, si chiama Laura ed eseguirà un brano che riassume quello che sogniamo: “La storia siamo noi” di De Gregori». Così, dopo cotanta presentazione, Laura è salita sul palco, ha fatto “ciao ciao” con la manina, ha mandato un bacio alla mamma (o al fidanzatino, chissà), ha chiuso gli occhi, ha fatto ciondolare la testa come un tergicristallo, ha tenuto il ritmo tamburellando col piedino, schioccato le dita, cantato (finalmente!) come si vede che cantano a Mtv, ripetuto il “ciao ciao” con la manina a fine canzone. E Veltroni l’ha abbracciata, le ha fatto bacio-bacio sulle guance, le ha detto due parole che rimarranno fra loro o al massimo finiranno sulla sua Smemoranda fra le citazioni di Siddharta e Tiziano Ferro. Poi il sindaco ha ringraziato «gli studenti che hanno lavorato per alimentare il proprio universo interiore». Tutto s’è illuminato di senso: non si celebrava la liberazione di Roma, ma la liberazione emotiva. È questo il lato geniale della vicenda. Tutto rimane appena appena sopra il pelo dell’acqua, basta non aprire falle pesanti con domande che ci farebbero affondare dopo aver lasciato l’ormeggio del buon senso. Facciamo “ciao ciao” con la manina e mandiamo gli adolescenti sul palco ad “alimentare il loro universo interiore”. Impermeabili a qualsiasi interrogativo, critica, vaglio, s’è trovato un modo gentile e raffinato per mandare in pappa il cervello senza bisogno di noiose spiegazioni.
Due giorni prima, ero alla manifestazione dei duri e puri, quella dove i pacifisti hanno urlato «Bush go home», «Ora e sempre resistenza», «10, 100, 1.000 Nassiriya». C’è un particolare che non è stato registrato dalla stampa: ad un certo punto, dal corteo si sono staccati due ragazzini che non potevano avere più di 15 anni, vestiti di nero, che si sono coperti il volto con la bandana, hanno agitato due bombolette spray e hanno scritto su una concessionaria Fiat: «L’anno scorso il vecchio bastardo, quest’anno il padre di Edoardo Agnelli. Merde!». La gente che sfilava lì a fianco, li ha guardati in silenzio, i due hanno abbassato la bandana e sono rientrati nel flusso arcobaleno. Credete che qualcuno li abbia presi a calci nel sedere o abbia chiesto a uno di loro: «Scusa, bambino, ma ti sei chiesto che senso ha quello che hai scritto?».
Differenza antropologica?
Come ha detto Alain Finkielkraut in quell’intervista a Tempi? «Vorrei vedere dei pacifisti a disagio con se stessi. Ma questo è impossibile». Il filosofo Umberto Galimberti ha spiegato sull’Espresso (“Generazione no”, 27 maggio 2004) che fra i giovani di destra e quelli di sinistra «c’è una differenza antropologica, non politica. In modo schematico, il ragazzo di sinistra ha un cuore, portatore di una certa sensibilità. Accanto al sentimento c’è il principio di realtà: arrivano i problemi legati al lavoro, alla famiglia, il cuore non si estingue ma cerca il compromesso. Il ragazzo di destra ha il cuore rattrappito sulla difesa dei suoi privilegi».
Giusto, è così che si spiegano certi fatti, tipo il 2 giugno, presidio dei Disobbedienti, scandito a più riprese lo slogan: «Berlusconi pezzo di merda». è il cuore di un ragazzo o la pedagogia dei Luttazzi? E il 4 giugno, ragazzi di sinistra, differenti antropologicamente, hanno tambureggiato a più riprese «Bush, Berlusconi, fuori dai coglioni». è «una certa sensibilità» o il risultato dei comizi nella scuola delle coppie Agnoletto-Chiesa? E perché durante il passaggio di due militari, i ragazzi di sinistra, differenti antropologicamente, urlano: «Diserta! Diserta!». è un modo per occuparsi dei problemi legati al lavoro?
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