Curatelo a Cuba

Stavolta Michael Moore l’ha veramente fatta fuori dal vaso. L’efficacia propagandistica e la manipolazione delle emozioni sono perfette in Sicko come in tutti i suoi film; la malafede nella selezione faziosa di storie, fonti, informazioni e ricostruzioni storiche crea come al solito nel pubblico mediamente ignorante un senso di reverenza per l’autorevolezza dell’autore; il diapason dell’indignazione e della commozione è al massimo; il successo di pubblico e di critica è assicurato. Ma. Ma c’è un “ma” grande come una casa. Anche stavolta il furbone Moore ha scelto di montare un documentario che facesse breccia sia presso l’americano medio, gratificato come brava persona vittima di una cospirazione del sistema, sia presso gli schizzinosi europei, gratificati come soggetti forniti di una coscienza politica strutturalmente superiore a quella degli americani perché animata dallo spirito della solidarietà sociale, contrapposto all’individualismo americano. Il problema è che per ottenere questo risultato ha messo a confronto il sistema sanitario americano con quelli di altri paesi alla sua maniera, cioè in forma di aneddoti faziosi: tutto il male di qua, tutto il bene di là. L’esaltazione acritica del welfare state sanitario di Francia, Regno Unito e Canada solleverà ilarità negli spettatori dei paesi in questione; il suo entusiasmo per il modello cubano, sulle cui benemerenze si chiude il film, è grottesco oltre ogni decenza e fa venire voglia di menar le mani per tutto ciò che sottintende in termini di malafede politica, complicità con la dittatura castrista, disprezzo per il popolo cubano.
Un documentario per evidenziare le inadeguatezze della sanità americana è un rigore a porta vuota. Non solo per l’arcinoto fatto che 50 milioni di americani su 300 sono privi di assicurazione sanitaria (Moore ovviamente non dice mai che molti di questi sono assistiti da programmi statali come Medicare, citata solo una volta di sfuggita, e Medicaid, mai citata nel film o sono giovani maggiorenni che aspettano un po’ prima di assicurarsi). C’è molto altro: la percentuale di americani soddisfatti del sistema è più bassa di quella di quasi tutti i paesi dell’Ocse (solo 40 per cento), gli indici di mortalità infantile, speranza di vita alla nascita e anni di vita sana sono più bassi di quelli di molti paesi Ocse, e nella classifica della performance complessiva gli Usa sono soltanto al 37° posto, superati anche da paesi ex comunisti e del Terzo mondo. E tutto ciò nonostante la spesa sanitaria pro capite americana pubblica e privata insieme sia la più alta del mondo, ovvero circa 5 punti percentuali più della media Ocse. Eppure Moore riesce a tirare il rigore sopra la traversa.
Nella prima parte del film ha buon gioco nell’evidenziare i trucchi legali e illegali delle assicurazioni per non pagare le cure dei loro assicurati, nonché la discesa agli inferi di chi per una ragione o per l’altra cade fuori dal sistema assicurativo. Anche in questa parte però abusa del “metodo del riflettore”: mette sotto i fari gli alberi malati, lascia nell’ombra la foresta che cresce. Mai nemmeno una volta sono citate le eccellenze del sistema americano: il più alto numero di nuovi medicinali prodotti nel mondo, i migliori medici, le migliori tecnologie innovative e anche il primato mondiale, riconosciuto dall’Oms, come paese dove il rapporto fra medici e infermieri da una parte, pazienti dall’altra, è più umano e rispettoso.
Gli adoratori di Moore forse non se ne saranno accorti, ma il loro guru riesce a fare un documentario di oltre due ore sul sistema sanitario americano senza intervistare nemmeno un medico, un infermiere, un amministratore sanitario americano. In compenso filma e intervista medici e paramedici inglesi, francesi e cubani che vantano orgogliosi i loro successi e mostrano imbarazzo per i problemi degli Usa. Mette sul banco degli imputati Ronald Reagan e Richard Nixon, morti che non potranno replicare alle sue accuse. Ripete anche in questo film quella piccola falsità che la dice lunga sulla sua personalità mitomane: definisce Flint, cittadina operaia vicina a Detroit, «la mia città», quando in realtà lui è nato e cresciuto a Davison, un borgo della middle class americana.

Litanie senza numeri
Il film sbanda irreparabilmente nella propaganda di scadente fattura quando paragona le ingiustizie del sistema americano al solidarismo efficiente degli altri sistemi. Il Canada viene presentato come un paese dove non si fa la coda al pronto soccorso e gli ospedali curano gratuitamente i meno abbienti grazie al fatto che i ricchi pagano le tasse a favore dei poveri. Le critiche al suo sistema vengono presentate come un’invenzione dei media e dei politici americani, tutti venduti alle industrie farmaceutiche e alle assicurazioni sanitarie. Peccato che la percentuale di canadesi soddisfatti della loro sanità diminuisca da dieci anni a questa parte, e abbia ormai raggiunto in discesa quella degli statunitensi: 46 per cento contro 40 per cento. Il fatto è che i governi provinciali da vent’anni tagliano le spese sanitarie perché i bilanci sono in rosso e non è più possibile aumentare la pressione fiscale.
La Gran Bretagna viene presentata come il paese nel quale dal 1948, grazie al Sistema sanitario nazionale (Nhs), i poveri ricevono le stesse cure dei ricchi e tutti pagano non più di 10 dollari per le loro medicine. Ha reagito il medico britannico Theodore Dalrymple, 20 anni di lavoro nell’Nhs: «Il sistema è stato un successo all’inizio, quando sono stati rilevati gli ospedali fondati da comunità caritative locali e benefattori, ed è stato sfruttato il loro capitale. Ma gli investimenti sono da subito mancati: sono stati costruiti meno ospedali nei 50 anni dopo il 1948 che in tutti gli anni Trenta. Il fatto è che si pensava che i costi della sanità sarebbero andati diminuendo grazie alla medicina preventiva, mentre invece il consumo sanitario non cessa di crescere. Ora il governo interferisce col lavoro dei medici per contenere i costi, e il potere di decisione è passato ai manager, che decidono la priorità degli interventi chirurgici e di pronto soccorso in base a tetti decisi dal governo, non su base clinica. Il risultato è che almeno il 50 per cento dei medici è stato minacciato o aggredito dai propri pazienti. Che la sanità in Gran Bretagna sia la stessa per i ricchi e per i poveri è falso: le differenze di mortalità e morbilità fra classi sociali sono ampie come prima dell’istituzione dell’Nhs, se non di più».
Addirittura reazionario l’approccio di Moore per quanto riguarda la Francia, presentata come il paese dove, marxianamente, «ciascuno dà secondo le sue possibilità e riceve secondo le sue necessità» perché le gente scende in piazza se il governo non fa il suo dovere. Moore mostra ricche case di medici francesi, giovani professionisti americani entusiasti del welfare francese, la Costa Azzurra e le manifestazioni per le 35 ore. E riesce nel primato di essere il primo regista progressista che non dedica nemmeno un’inquadratura alle banlieu e alla loro rivolta, oltre a tacere sulla disoccupazione al 10 per cento. Il successo elettorale di Sarkozy, fondato sulla volontà dei francesi di riformare in profondità il welfare state, è totalmente ignorato.

Chi abbocca al regime
Ma il peggio di sè Moore lo dà a Cuba, dove accompagna alcuni volontari dei soccorsi alle Torri Gemelle che, non essendo dipendenti pubblici, non riescono a godere di sussidi per curarsi i disturbi respiratori contratti a causa del servizio prestato. All’Habana Hospital ricevono la competente assistenza di frotte di medici e personale infermieristico per pochi pesos. Qui Moore ripete a pappagallo tutte le menzogne propagandistiche del regime cubano che gli ha spalancato le porte: «I volontari americani hanno ricevuto le stesse cure gratuite che riceve ogni cubano, nonostante l’embargo americano che ha impoverito il paese. Embargo dovuto al fatto che il dittatore che piaceva a noi, Batista, è stato sostituito da un dittatore che non ci piace, Fidel Castro, il quale ha dato al paese un sistema sanitario efficiente per tutti e che compie missioni umanitarie all’estero».
Prima menzogna: non è vero che il servizio sanitario a Cuba è uguale per tutti. Nell’isola esistono non due, come nella vecchia Urss, ma addirittura tre sistemi sanitari. Il primo è riservato alla nomenklatura del partito e dell’esercito: è una sanità di buon livello, anche se poi molti capi vanno a curarsi all’estero. Il secondo è quello del “turismo medico”, che offre i suoi servizi agli stranieri che pagano in valuta forte per seni al silicone e liposuzioni. Il terzo è quello riservato ai cubani “normali”: ospedali fatiscenti dove bisogna portarsi da casa le lenzuola, il cibo, le lampadine e spesso anche i medicinali, comprati al mercato nero. Perché forse a Cuba un inalatore costa 5 centesimi di dollaro, come dice Moore, ma aspirine e antibiotici si trovano più facilmente al mercato nero che in farmacia o in ospedale. Ma, si dirà, Cuba vanta indici rispettabili per quanto riguarda la mortalità infantile e l’aspettativa di vita, meriti del sistema. Questa in realtà è la seconda menzogna: al tempo di Batista Cuba era il 13° paese del mondo per la bassa mortalità infantile, oggi è sceso al 21° posto. Senza dimenticare il fatto che la bassa mortalità infantile si accompagna ad un altissimo tasso di incidenza dell’aborto, il secondo al mondo dopo quello del Vietnam. La terza menzogna riguarda le missioni mediche all’estero: sono fatte per portare a casa valuta pregiata che non va ai medici cubani, sfruttati come nel peggiore capitalismo, ma alla nomenklatura di Stato. A Cuba, secondo i dissidenti locali, non è prevista alcuna proiezione del film di Moore. Chissà perché.

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