Da Baghdad a Gerusalemme
Philip A. Salem è uno dei più accreditati oncologi nel mondo arabo (suo paziente è il re saudita Feisal) e, soprattutto, è uno dei medici della famiglia Bush. Nei talk show statunitensi è stato presentato come “consigliere” del Presidente, ma lui preferisce definirsi come un «medico libanese, cristiano ortodosso ed esperto del mondo arabo».
Secondo il dottor Salem «gli Stati Uniti obbligheranno Israele ad accettare uno Stato palestinese. La prossima mossa dell’amministrazione Bush sarà questa. La guerra in Irak non serve solo a “mostrare i muscoli” agli Stati arabi ma anche a mandare un chiaro segnale agli alleati israeliani».
Lei legge in questa direzione le dichiarazioni di Bush all’indomani dell’attacco in Irak, quando ha mostrato significative aperture alla creazione di uno Stato palestinese? Era appena scattato Iraqi freedom e Bush ha dichiarato che «un giorno Israele e Palestina vivranno fianco a fianco, in pace e sicurezza»…
Naturalmente, gli Usa, a differenza dell’Europa, hanno capito che è necessario un cambiamento radicale della situazione in Medio Oriente. Libertà e democrazia in Irak e la creazione di uno Stato palestinese sono obiettivi che andranno di pari passo. Non realizzarli significherebbe tornare al punto di partenza.
In che senso?
Nel senso che si tornerebbe ad una situazione pre 11 settembre. Fino ad allora, sia gli Stati Uniti sia l’Europa hanno sostanzialmente avuto un atteggiamento molto pragmatico nei confronti di questa regione. “Non ci importa se c’è un dittatore o meno”, l’importante è che concluda affari con noi. Ma dopo l’11 settembre gli Usa si sono convinti che la minaccia era diventata troppo grande, più grande degli affari…
E dei veti francesi…
La Francia è contraria ad un intervento per interessi politici e economici. Politici perché, invidiosa della supremazia statunitense, vuole imporsi come guida “morale” del mondo. Economici perché la Francia ha molti crediti nei confronti dell’Irak. All’interno dell’amministrazione Bush si sospetta che siano tra i 30 e i 40 miliardi di dollari i crediti che i francesi hanno nei confronti dell’Irak; così come forte è il sospetto che, durante gli anni ‘90, i francesi abbiano fornito l’Irak di materiale nucleare.
E gli Usa non hanno forse analoghi interessi?
Se gli Stati Uniti vogliono veramente portare la democrazia in quella regione dovranno dimostrarlo innanzitutto proprio su questo punto. Dovranno cioè essere quello che dicono: l’America, la patria della libertà.
E quindi favorire un rientro in scena dell’Onu?
L’amministrazione Bush ha certamente poca fiducia nell’Onu. C’è più di una voce che preme per lasciare alle Organizzazione Unite un puro ruolo, come dire?, “folkloristico”.
Anche se lo dice Blair?
Anche se lo dice Blair.
Lei ha la possibilità di lavorare a stretto contatto con il presidente americano. Si dice che faccia pregare i suoi collaboratori prima di ogni riunione…
Bush è un vero credente. Ma occorre tener conto che la sua fede è abbinata ad un forte nazionalismo. L’unico contrappeso che oggi esiste a questa tendenza è la presenza di milioni di cattolici sul suolo Usa. Quello che Giovanni Paolo II dice e, più in generale, le dichiarazioni della Santa Sede, hanno un peso notevole nelle decisioni del presidente.
Eppure Bush ha fatto esattamente il contrario di quanto richiesto dal Papa…
In America ci sono 60 milioni di cattolici. Oltre il 70% degli americani è favorevole alla guerra. Faccia un po’ lei i conti e mi dica: i cattolici da che parte stanno?
Però Giovanni Paolo II ha addirittura inviato a Bush il suo nunzio apostolico per perorare la causa della pace.
Ma voi europei siete così sicuri di sapere cosa si son detti il presidente e il nunzio del Pontefice?
Perché, lei lo sa?
Sì, ma non sono autorizzato a rivelarlo. Ma (ride) se lo dicessi non ci credereste.
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