Da Moggi all’Ulivo nulla cambia
Chissà perché ma mi viene in mente il vecchio Lucio Battisti. «Che ne sai tu di un campo di grano, poesia di un amore profano?». Già, che ne sappiamo noi, veramente di quello che accade? Vediamo solo la punta delle spighe. Fuor di metafora: ho il pc intasato di e-mail di tifosi che non vogliono amnistie. Ovviamente sono tutti quelli delle squadre non coinvolte nel processo, perché la giustizia, in Italia, è come una caramella alla liquirizia: se ti piace te la cacci in gola e godi come un matto, altrimenti la sputi subito. Tutti costoro credono che mandare la Juve in B con la Fiorentina e la Lazio e magari, chissà, pure il Milan, risolva il problema del calcio, ripulisca, purifichi. In realtà non risolverà un bel niente, salvo regalare, forse, il primo scudetto all’Inter morattiana. La verità è che questo sistema andava bene a tutti, la verità è che il calcio ormai da anni si era consegnato alla politica. Per due anni di seguito il fischio d’inizio del campionato l’aveva dato Gianni Letta, adesso ci pensano i suoi successori. In sintesi: vi siete affrancati da Moggi per ritrovarvi in quota Ds o Margherita o altro. Sempre sotto padrone state, bestie, fatevi un giro nel campo di grano.
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