Dal campo di concentramento di Dachau al villaggio dei lebbrosi in India

Di Gaspari Antonio
14 Febbraio 2002
C’è un candidato al premio Nobel per la Pace molto gradito al Pontefice Giovanni Paolo II.

C’è un candidato al premio Nobel per la Pace molto gradito al Pontefice Giovanni Paolo II. Si tratta del missionario verbita Marian Zelazek. Era ancora in seminario quando i nazisti lo hanno deportato nel lager di Dachau. È rimasto lì per cinque anni. Ha sofferto e rischiato di morire. È sopravvissuto e per ringraziare il Signore ha dedicato la sua vita a curare i più deboli. È andato in India, per 25 anni si è dedicato all’insegnamento ed all’emancipazione degli aborigeni “Adivasis”. Altri 25 anni li ha dedicati a curare i lebbrosi, che in India sono considerati come degli appestati. Padre Zelazek ha svolto un lavoro di tale carità che tutti parlano di lui come di un santo. La stessa Madre Teresa di Calcutta lo ha indicato più volte come esempio. Il 30 gennaio scorso nell’aula del palazzo dei Congressi a Varsavia, in occasione della Giornata Mondiale della Lebbra, si è svolto uno speciale concerto durante il quale è stata annunciata la candidatura al premio Nobel per la Pace di padre Marian Zelazek. La proposta è stata avanzata da un gruppo dei laici (Committee for Nomination of father Marian Zelazek Svd as candidate for 2002 Nobel Prize for Peace) è stata appoggiata da moltissimi politici, anche indiani, scienziati e gente di cultura, tra cui due Premi Nobel polacchi: Czeslaw Milosz e Wislawa Szymborska. Padre Marian ha appreso con sorpresa la notizia della sua candidatura, che negli intenti dei promotori dovrebbe essere un riconoscimento per il lavoro di tutti i missionari dediti alla lotta contro la lebbra e al dialogo tra le religioni e le culture.

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