Dal mondo 13

Di Tempi
05 Aprile 2000
Dal mondo

Perché gli israeliani sono soddisfatti del viaggio del Papa Pronostici ribaltati per i due eventi che la settimana scorsa hanno portato sulla ribalta dell’attualità internazionale lo stato d’Israele: il negoziato con la Siria, che sembrava avviato a positiva conclusione grazie anche all’intervento di Bill Clinton, ha subìto una pesante battuta d’arresto; invece il pelegrinaggio papale in Terra Santa, per il quale erano stati pronosticati freddezza e contestazioni, è risultato sorprendentemente gradito a gran parte degli israeliani di fede ebraica.

Cos’abbia allentato la stretta di una diffidenza plurisecolare, lo si comprende anche attraverso la lettura della stampa israeliana, in particolare i due quotidiani guida Ha’aretz e The Jerusalem Post.

La suggestione di un’alleanza contro i radicali islamici Un primo livello della soddisfazione israeliana è eminentemente politico, e si incarna in due aspetti: la legittimazione che allo Stato israeliano viene dalla visita del Papa e l’abilità con cui egli si è sottratto alle rivendicazioni palestinesi più stringenti. Su questo secondo punto Ha’aretz annota in due diversi interventi: “nonostante i tentativi dei palestinesi di ottenere guadagni politici dalla visita, il Papa è riuscito a mantenere una posizione non partigiana sulla questione di Gerusalemme”, e ancora che “i palestinesi speravano che nel suo discorso a Deheishe Giovanni Paolo II avrebbe aggiunto la sua al coro di voci che chiedono l’istituzione di uno stato palestinese e il “diritto al ritorno” per i profughi.; il Papa ha parlato della necessità di una patria per i palestinesi e della compassione che deve guidare il trattamento dei profughi, astenendosi dal dire qualcosa di più esplicito”.

Quanto alla capitalizzazione della visita papale da parte israeliana, Amotz Asa-El è molto chiaro sul Jerusalem Post: “Mentre guardavo alla tivù la cerimonia dell’atterraggio saltando da un canale all’altro mi sono detto: “ma che razza di fortuna è la mia, che posso vedere veramente un Papa che entra in Terra Santa rispettando la sovranità israeliana, ascoltando le note del nostro inno e recandosi pellegrino a Gerusalemme a bordo di un aereo della nostra aviazione militare?””.

Un’altra considerazione prettamente politica la fa Ha’aretz: “La mano amica che il cristianesimo ci tende dovrebbe essere afferrata non solo per i nostri doveri verso un sincero pentimento, ma anche per un’altra ragione: il mondo cristiano e quello musulmano oggi hanno cambiato di posto in termini di minaccia per il popolo ebraico. Benché l’islam non condivida il conflitto teologico cristiano con l’ebraismo, l’islam fondamentalista è oggi la forza che sta dietro i residui tentativi di distruggere lo stato ebraico”.

La teologia anti-giudaica è morta, grazie a Giovanni Paolo II Un secondo livello della soddisfazione israeliana potremmo definirlo storico-teologico. La presenza fisica e i gesti del Papa sembrano avere convinto gli ebrei di Israele del cambiamento dell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei loro confronti. “Nella sua visita al mausoleo dell’Olocausto, che è stata una dimostrazione di rapporto basato sull’eguaglianza e di mutuo rispetto, il Vaticano ha apertamente affermato “genuina fratellanza”, un elemento importante nella richiesta di perdono da parte del popolo ebraico fatta dal Papa… E’ chiaro che l’attuale politica del Vaticano si è dissociata dalla scuola di pensiero che desiderava vedere gli ebrei in uno stato di costante umiliazione a causa del loro rifiuto di riconoscere la divinità di Gesù di Nazareth”, scrive Ha’aretz in un suo editoriale. E il Jerusalem Post chiosa: “Il ripetuto riferimento agli ebrei come “popolo dell’Alleanza” (nelle parole del Papa – ndr) è particolarmente commovente perché rappresenta un’esplicita negazione della teologia successionista che è stata la radice di molto antisemitismo”.

“Nessuno sa purificare come la Chiesa”, parola di ebreo Ma c’è anche un terzo livello del compiacimento israeliano che trabocca in vera e propria gratitudine verso il Santo Padre, ferme restando le tradizionali recriminazioni ebraiche verso i cristiani. L’esempio più chiaro di questo atteggiamento si trova in un editoriale di Ari Shavit su Ha’aretz. Ci sono passaggi molto duri: “In nessun luogo del mondo c’è una storia interreligiosa così profonda e difficile di amore carico d’odio e di odio amorevole (come quella fra cristiani ed ebrei -ndr). E alla fine, a dispetto della poco onorevole evasività di Sua Santità su questo punto, questa storia è ciò che ha portato ai carri bestiame per Treblinka, che ha assassinato i coetanei ebrei dell’uomo che è diventato Papa, che ha svuotato Cracovia dei suoi ebrei”. Ma anche notevoli confessioni: “Questo grande pellegrino ha creato una serie di eventi di pace le cui sembianze gli abitanti di questa terra non sono di per se stessi capaci di creare. E così questo sacerdote straniero ha riportato per alcuni giorni il paese alle origini della sua storia… Nei cinque giorni che hanno preceduto il summit di Ginevra fra Clinton e Assad i nove milioni di abitanti di questa terra promessa, nevrotica e violenta hanno avuto l’opportunità di guardare nel cuore della storia, e di vedersi mentre presentavano all’uomo della Santa Sede (non proprio santa) i principali punti della storia di cui anche lui è parte. E hanno avuto l’opportunità di sperimentare la purificazione spirituale che solo la Chiesa cattolica sa produrre così bene, la catarsi simbolica che solo i cattolici sanno come dirigere. E all’improvviso è sembrato che, a dispetto di tutto, alla fine di una lunga strada riusciremo a parlarci, cristiani ed ebrei, ebrei e palestinesi”.

“Non provocate i cattolici chiedendo altre umiliazioni”
Ma il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Terra Santa è stato anche l’occasione per un dibattito all’interno del mondo ebraico sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Chiesa cattolica. Interessante la reazione di Jonathan Rosenblum, un editorialista simpatizzante degli ebrei ortodossi, che avevano protestato per la “dissacrazione” del sabato da parte del Papa ed erano stati accusati di essere dei guastafeste oscurantisti da parte di David Rosen, il rabbino capo della Anti-Defamation League. “La richiesta al Papa di modificare il suo programma era stata fatta immaginando che il Papa, uomo di fede, si sarebbe mostrato sensibile alle preoccupazioni ebraiche, e infatti così è stato”, scrive sul Jerusalem Post Rosenblum. E ribalta su Rosen l’accusa di danneggiare la causa ebraica: “Uno dei princìpi guida della gente della Torah da sempre è stato di evitare qualunque azione che suoni come una provocazione contro le nazioni e perciò crei ostilità contro gli ebrei. Nel 1998 l’Anti-Defamation League ha bocciato la lungamente attesa “Riflessione sull’Olocausto” del Vaticano. I leader rabbinici ortodossi temono che le insistenti richieste da parte della comunità ebraica per una lista dei peccati della Chiesa ancora più dettagliata e richieste di perdono sempre più umilianti innescheranno inevitabilmente una reazione fra i cattolici, cosa che sta già accadendo in certi circoli ecclesiastici”.

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