Dal mondo 24

Di Tempi
21 Giugno 2000
La settimana internazionale

l Pacifico (sud) non è più tale: chi disturba il giardino dell’Eden.

Incredibile, non c’è pace nemmeno in Paradiso. Figi e Salomone, isole del Pacifico meridionale che nell’immaginario collettivo evocano spiagge di sabbia finissima, incantevoli lagune e immersioni alla ricerca di bellezze subacquee, da quasi un mese vanno e vengono sulle pagine degli esteri dei grandi quotidiani internazionali con notizie che sembrerebbero appartenere ad altre latitudini. A Suva, capitale delle Figi, dal 19 maggio un commando armato tiene in ostaggio il primo ministro (ormai ex) Maendra Chaudry e decine di parlamentari. A Honiara, capitale delle Isole Salomone, il 5 giugno scorso i miliziani della Malaita Eagle Force hanno sequestrato e rilasciato dopo due giorni il primo ministro Bartholomew Ulufa’alu. Le due crisi hanno uno sfondo politico simile: i sequestratori sono insoddisfatti del trattamento che le istituzioni riservano al loro gruppo e dei “vantaggi” che riconoscono ad altri gruppi, riconoscibili su base etnica o tribale.

“Non fate gli indiani”, dice Speight il sequestratore.

La crisi delle Figi in realtà si trascina da parecchio tempo: già nel 1987 le isole erano state teatro di un duplice golpe volto a restituire il potere all’etnia indigena, melanesiana, che per la prima volta dopo l’indipendenza (1970) se lo era visto sottrarre per le legalissime vie di una elezione a suffragio universale da esponenti della minoranza indiana, discendenti di quei lavoratori della canna da zucchero che il governo coloniale britannico portò nell’isola a metà del XIX secolo. Benché fossero (e siano) solo il 44 per cento degli 800 mila abitanti, gli indiani avevano conquistato la poltrona di primo ministro. Il generale dell’esercito e capitano della nazionale di rugby Sitiveni Rabuka aveva allora preso il potere e promosso una costituzione che garantiva ai melanesiani, che sono il 51 per cento della popolazione, 37 dei 70 seggi del parlamento. Le Figi erano state allora sospese dal Commonwealth, per essere poi riammesse nel ’97 quando la costituzione era stata riformata in senso meno sciovinista. Risultato: l’elezione di un primo ministro di origine indiana nel maggio ’99. E’ passato un anno e si è trovato un altro leader indigeno, l’uomo d’affari George Speight che ha vissuto quasi tutta la sua vita lontano dalle Figi e parla con fatica la lingua locale, per l’ennesima prova di forza. Ora l’esercito nazionale, che ha preso le redini del paese alla fine di maggio ed è dominato dai melanesiani, sta negoziando un difficile accordo con gli uomini dell’esigente Speight, che ha già ottenuto le dimissioni del primo ministro da lui catturato e l’abolizione della Costituzione “multietnica”.

Non basta Salomone per dividere le terre di Guadalcanal .

Nelle Salomone, distanti dalle Figi oltre duemila km ma anch’esse di popolazione melanesiana, il conflitto è più recente ma più sanguinoso. Alla fine del 1998 è iniziata, con uno scontro che ha fatto 40 morti, l’insurrezione dell’Isatabu Freedom Movement, noto anche come Movimento di liberazione di Guadalcanal, l’isola che vide la sconfitta definitiva del tentativo delle forze giapponesi di marciare verso l’Australia nella Seconda Guerra mondiale. Obiettivo del movimento è la cacciata dall’isola degli immigrati dalla vicina Malaita, la seconda isola dell’arcipelago (abitato da 400mila persone) per importanza. Insoddisfatta della protezione fornita da esercito e polizia, all’inizio di quest’anno la comunità malaitiana si è organizzata nel gruppo armato che sopra abbiamo citato e ha dato vita a sanguinosi scontri.

Le crisi di Figi e Salomone, dunque, possono essere messe sul conto dei conflitti indotti da fenomeni migratori e di un tipico fenomeno socio-politico: la migliore riuscita a livello economico e sociale degli allogeni rispetto agli indigeni che crea gelosia in questi ultimi. Prima di ottenere l’ascesa di uno dei loro alla carica di primo ministro, gli indiani delle Figi hanno occupato tutti i posti nelle professioni e nel commercio in forza di una più strenua motivazione al successo. Nel contempo i due gruppi di popolazione si sono mantenuti separati, con pochissimi matrimoni misti. Nelle isole Salomone gli abitanti della vicina Malaita si sono trasferiti a Guadalcanal subito dopo la fine della guerra per cogliere le opportunità della vita nella capitale prima e per estendersi nelle campagne poi. Qui i matrimoni interclanici ci sono stati, ma i nodi sono presto venuti al pettine: presso i malaitiani la successione è patrilineare, mentre gli indigeni di Isatabu-Guadalcanal sono matrilineari, per cui la questione dell’eredità delle terre è diventata presto bollente. Dopo un anno e mezzo di combattimenti 30 mila malaitiani hanno dovuto lasciare l’isola o rifugiarsi in città.

Golpe maori in Nuova Zelanda e homeland aborigena in Australia: non è fantapolitica.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.