Dal Mondo 36
Uragano Fox sul Nafta:
vuole una Schengen nordamericana Non è ancora ufficialmente entrato in carica, ma i primi effetti del suo avvento alla massima magistratura del paese si fanno già sentire, almeno per quanto riguarda il cruciale tema dei rapporti coi paesi vicini: Vicente Fox, primo presidente cattolico e compiutamente democratico del Messico dopo decine di anni di dittatura de facto del Pri (Partito rivoluzionario istituzionale), ha già messo a rumore importanti ambienti politici, economici e sindacali con le sue rivoluzionarie proposte in tema di rapporti fra i tre stati firmatari del Nafta (Accordo dell’America settentrionale per la libera circolazione delle merci): Stati Uniti, Messico e Canada. Secondo Fox i tre paesi devono darsi l’obiettivo a medio-lungo termine (dai 10 ai 25 anni) della libera circolazione non solo delle merci, ma anche delle persone, per arrivare a una sorta di Schengen nordamericana. Mentre gli Stati Uniti dovrebbero da subito praticamente raddoppiare il numero dei visti annuali per immigrati messicani portandoli da 130 a 250 mila in cambio di controlli anti-clandestini (calcolati in 150 mila all’anno) più efficaci da parte messicana sull’altro versante del confine.
Timori Usa: invasione di mangia-tortillas e i poveri americani ancora più poveri
Le proposte, ovviamente, non potevano non suscitare allarme sull’altra sponda del Rio Grande. “Le proposte di Vicente Fox sono ottime per l’economia messicana, ma danneggerebbero le opportunità economiche degli americani poveri e provocherebbero un’ondata migratoria superiore a quanto gli Stati Uniti possono sopportare”, ha scritto George Borjas, professore all’università di Harvard e specialista di problemi dell’immigrazione sul New York Times. “Il gap salariale fra Usa e Messico -scrive lo studioso- è fra i più grandi nel mondo fra paesi confinanti. Ciò garantisce che un confine permeabile aumenterebbe il numero dei migranti. Nessuno può dire quante persone emigrerebbero, ma l’esperienza portoricana può essere istruttiva: negli ultimi 50 anni il 25 per cento della popolazione di Porto Rico si è trasferita negli Usa. Anche se la risposta migratoria messicana fosse la metà di quella portoricana, l’immigrazione messicana totale negli Usa sarebbe di 12,5 milioni di persone, che si aggiungerebbero agli attuali 7 milioni già presenti”.
Ma si può rinunciare al trampolino commerciale verso Europa e Sudamerica?
“Ricerche che ho condotto coi colleghi -continua Borjas- hanno dimostrato che l’ingresso su larga scala di lavoratori immigrati non qualificati durante gli anni Ottanta e Novanta ha provocato una contrazione del 5 per cento dei salari degli operai indigeni con titolo di studio non superiore alla licenza media. I salari di questo gruppo diventeranno ancora più poveri se passeranno le proposte di Fox”. Per trovare un americano non ostile alle proposte di Vicente Fox bisogna cercarlo sul Financial Times. Lì Thomas Niles, ex ambasciatore e ora presidente del Council for International Business, invita a non fermare gli occhi sulle choccanti proposte in tema di immigrazione del presidente messicano, “considerato l’arco di tempo di 25 anni che egli stesso ipotizza”, e a intendere rettamente l’opportunità di un legame più stretto fra Usa, Messico e Canada. “Se Ottawa e Washington impegnassero fondi per aiutare il Messico a sviluppare la sua infrastruttura economica e pubblica -scrive Niles- ne deriverebbero molte opportunità per le imprese americane e canadesi. E il Messico, con la sua vasta rete di accordi di libero scambio con l’Europa e l’America latina, costituirebbe per le imprese di Usa e Canada una piattaforma ideale da cui beneficiare di una più ampia liberalizzazione e crescita economica”.
“Fox ha ragione, il modello è la Ue”, dice l’ambasciatore Niles invita Usa e Canada ad adottare nei confronti del Messico lo stesso approccio sperimentato dall’Unione europea (Ue) nei riguardi dei paesi aderenti più poveri: “La mia esperienza come ambasciatore Usa presso l’Ue ed in Grecia mi induce a dare credito alla visione di Fox. I successi economici di paesi come Spagna, Grecia e Irlanda non sono avvenuti nel vuoto. In ciascun caso, i paesi associati hanno creato speciali istituzioni e programmi per immettere capitali e fornire assistenza mirata a quelle che erano economie sinistrate. L’esperienza europea dimostra che è sufficiente ridurre i differenziali di reddito -non è necessario cancellarli completamente- per ottenere un radicale declino delle pressioni migratorie, purché le opportunità di lavoro nei paesi più poveri continuino a crescere”.
E torna d’attualità l’idea di un Piano Marshall (se Vicente fa quel che dice)
In realtà anche un critico dei progetti di Fox come Borjas conviene che “l’avvento della democrazia in Messico suggerisce che è venuto il tempo per progettare una sorta di piano Marshall allo scopo di introdurre una prosperità permanente”. Ma il neo-presidente messicano sa che non può sperare in aperture di credito senza contropartite, stante la storia di promesse disattese da parte dei governi messicani. Perciò nel suo recente viaggio negli Usa, dove ha incontrato i due candidati principali alle presidenziali Usa, il neo-presidente messicano ha molto insistito sui punti incontestabili del suo programma: sradicamento della corruzione, ripristino dello Stato di diritto, politica di crescita economica sostenuta con ridistribuzione dei benefici, lotta ai grandi narcotrafficanti, politica finanziaria per portare i tassi di interesse, l’inflazione e i deficit di bilancio in linea con quelli di Usa e Canada, forti investimenti nei settori dell’educazione e delle infrastrutture. Se il vecchio sistema di potere del Pri ancora insediato nei gangli burocratici glielo lascerà fare, naturalmente.
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