Dal “no war”, al fronte. Gladiatori inglesi
Londra. Nessun italiano, guardando il campionato internazionale di rugby che l’importante arrivo dell’Italia ha fatto diventare il “Six Nations Championship” con Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda (e l’aggiunta della Francia), rimarrebbe colpito dal fervore e dalla passione patriottica con cui questi isolani giocano l’uno contro l’altro – se non alla fine della “battaglia” quando si spazzano via il sangue, il fango e il sudore, si stringono le mani e scambiano le magliette come i guerrieri greci e troiani si scambiavano le armi. È l’aperta competizione a ottenere il risultato. Ad ogni modo, in Gran Bretagna i dibattiti politici e giudiziari possono essere estremamente violenti, ma quando una decisione è stata presa, volenti o nolenti, sarà resa operativa. Il rimedio, per l’“opposizione leale”, è vincere le elezioni successive. C’è infatti alla Camera dei Comuni una linea rossa sul tappeto verde a circa un metro dai primi banchi occupati dal Governo di Sua Maestà e dalla Sua Leale Opposizione. Questa non deve essere attraversata in quanto distanza di una spada dal proprio avversario. Del resto ultimamente in Parlamento, così come nel Paese in senso più largo, «tutti siamo nella stessa barca», che è in pericolo di affondare nei burrascosi mari del certame internazionale se le decisioni, una volta prese, non vengono attuate. C’è stata una forte opposizione per ogni guerra ingaggiata dagli inglesi, e questa può solo essere una buona cosa. Ad ogni modo la difesa del reame è una responsabilità che nessuno può ignorare. Da questa disciplinata dinamica del dibattito viene il sostegno popolare dei propri concittadini in uniforme, candidati al fronte.
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