Dal prof. neanche un rimbrotto sul negazionismo del pasdaran
L’Italia è tra i principali fornitori di mezzi e uomini per le missioni internazionali, da ultima quella Unifil in Libano. Il nostro paese è anche tra i principali partner commerciali dell’Iran. Avremmo insomma tutti i titoli per chiedere e pretendere di far parte del gruppo dei “5+1”, gli Stati incaricati di trattare la questione nucleare con Teheran. Invece no. Siamo fuori. Forse perché, nonostante tutto, la nostra politica estera non appare abbastanza credibile per sostenere una trattativa dura per arrivare a convincere i mullah a rinunciare al turbante atomico? Forse. Allora facciamo da soli. E il nostro primo ministro Romano Prodi va a New York per incontrare di persona Ahmadinejad.
Il presidente iraniano aveva appena finito di parlare all’aula del Palazzo di Vetro, dove aveva ancora una volta negato la shoah. Sarà che nel 1938 abbiamo avuto le leggi razziali, sarà che abbiamo nel nostro palmares anche un campo di sterminio, sarà che ogni 27 gennaio ci ubriachiamo della retorica della Memoria (sempre con la M maiuscola), sarà che la coalizione di governo è tutta bella “antifascista”, “non possiamo dimenticare” e giù le fanfare, i filmati, le lacrime, gli sceneggiati e La vita è bella. Sarà per tutto questo, ma da Romano Prodi mi sarei aspettato almeno un “rimbrotto” verso la retorica negazionista del pasdaran. Invece nulla. Niente. Silenzio. Fuori dal palazzo, ebrei e iraniani manifestavano insieme e chiedevano diritti umani, civili e politici per tutti i cittadini dell’Iran.
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