D’Alemanejad

Di Rodolfo Casadei
07 Settembre 2006
Perché la sua politica del dialogo con i "fondamentalisti moderati" è destinata a fallire rovinosamente

Impagabile D’Alema bifronte. A Beirut si fa fotografare a braccetto con un deputato Hezbollah, a Marettimo rivela di essere stato beccato da un pescatore mentre al cellulare salutava affettuosamente la Rice: «Bye bye, Condi»; all’Espresso dichiara che è sbagliato proporsi di disarmare Hezbollah e che «l’unica prospettiva realistica è un accordo tra forze politiche libanesi che probabilmente si risolverà con l’integrazione di Hezbollah nella forza armata regolare», sul Wall Street Journal scrive che «affinché il governo centrale (libanese) acquisti il monopolio dell’uso legittimo della forza, le milizie armate di Hezbollah dovranno sciogliersi»; sul Corriere della Sera gonfia il petto con l’ossequioso Gianni Riotta prendendosi il merito della nuova fase multilateralista («Noi abbiamo contribuito all’apertura di una fase diversa nel mondo, caratterizzata dalla fine dell’unilateralismo seguito all’11 settembre 2001. Siamo ritornati al multilateralismo, l’Onu è protagonista, l’Europa al centro, l’Italia è tornata sulla scena»), mentre sul Wsj riconosce che a ridare una chance al multilateralismo sono stati i vituperati americani: «All’opposto di quanto accaduto con le divisioni sull’Iraq, non soltanto America ed Europa hanno unito gli sforzi per un obiettivo condiviso, ma la diplomazia americana ha spianato la strada per l’impegno militare dell’Europa in una difficile operazione di peace-keeping benedetta dall’Onu».
Il ministro degli Esteri si giustificherebbe tirando in ballo il concetto andreottiano di “equivicinanza”; ma si tratta, più semplicemente, di doppiezza. D’Alema sta contribuendo all’attuazione della linea del governo sui rapporti col mondo islamico, che mira al graduale recupero politico dei fondamentalisti attraverso trattative e concessioni. Si tratta di un percorso che richiede grande disinvoltura e parecchia faccia tosta, in quanto per essere perseguita senza provocare reazioni controproducenti per il governo la strategia filoislamista non va strombazzata in funzione antiamericana e antiberlusconiana, ma fatta passare come qualcosa su cui tutti sono d’accordo. Che questo sia l’unico contenuto coerente della politica estera del governo Prodi – tanto più risaltante nel confronto con le nulle probabilità di riuscita della missione militare italiana in Libano – lo si desume dalle affermazioni dello stesso D’Alema, su questo mai equivoche. All’Espresso aveva dichiarato: «Di fronte a una guerriglia motivata dal fanatismo religioso nessun esercito può spuntarla. Il terrorismo che scaturisce dal fanatismo religioso non si sconfigge con le guerre, ma con la politica, la cultura, l’economia». Sul Corsera ha svolto il tema: «L’idea di una crociata contro il fondamentalismo è sbagliata (.). Hamas ed Hezbollah non sono al Qaeda. Oltre alle note responsabilità di azioni terroristiche, hanno anche snodi politici, si occupano di assistenza. L’Ira e l’Eta da gruppi terroristici sono diventati movimenti politici. Dobbiamo incoraggiare questa metamorfosi in Medio Oriente. Le sigle dedite al puro terrore vanno invece combattute e sconfitte». A parte i paragoni demenziali con realtà europee (il processo di conversione politica dell’Ira è avanzato, quello dell’Eta è solo un’illusione di Zapatero, e comunque i due gruppi sono stati sottoposti a vigorose repressioni da parte dello Stato prima che si arrivasse a negoziati), la linea politica che D’Alema lascia intendere è la seguente: dobbiamo corteggiare i “fondamentalisti moderati” allo scopo di isolare i “fondamentalisti estremisti”, quelli che praticano il terrorismo; così li sconfiggeremo senza sparare un colpo. In Europa questa politica non è inedita: l’ha praticata la Gran Bretagna nei confronti dei suoi cittadini musulmani. Col disastroso risultato di rafforzare le tendenze oltranziste (è il paese europeo con la più alta percentuale di islamici che mettono la religione prima della nazionalità: 81 per cento) e di conferire prestigio istituzionale a leader e organizzazioni che restano la quintessenza del fondamentalismo: dopo nove anni di rapporti privilegiati con l’esecutivo Blair, il Muslim council of Britain se ne è uscito con una lettera in cui accusa il governo di essere la causa del terrorismo con la sua politica estera, ha chiesto l’introduzione della sharia in materia di diritto familiare e invita a ripetizione nel paese lo sceicco Qaradawi, quello che approva gli attacchi suicidi in Palestina, Iraq e Afghanistan e la condanna a morte di apostati e omosessuali (vedi l’articolo a p. 30).

Il no alla linea dura con Teheran
La politica di Prodi-D’Alema fallirà a livello internazionale per la stessa ragione per cui è fallita quella di Blair a livello nazionale: ciò che divide i due filoni dell’islam politico radicale (il terrorismo) è molto meno importante di quello che li unisce, cioè la concezione fondamentalista dell’islam. Lo conferma autorevolmente anche una vittima dei “moderati” non sospettabile di simpatie filoamericane come il linguista egiziano Nasr Abu Zayd, esule in Europa a causa delle macchinazioni dei Fratelli Musulmani: «A livello di teoria sia i moderati che gli estremisti aderiscono alle stesse norme non negoziabili, quando si tratta dello statuto del Corano o della validità della tradizione». I “fondamentalisti moderati” restano fondamentalisti che perseguono obiettivi fondamentalisti come l’applicazione della sharia, la riconquista delle terre che furono musulmane in passato e il califfato universale. Forse D’Alema è attratto dal parallelismo delle strategie: come il ministro italiano cerca di imporre una via tutta politica alla lotta al terrorismo in alternativa a quella molto militare degli Usa, così Fratelli Musulmani e affini si propongono di islamizzare la società attraverso la strategia gramsciana dell’egemonia anziché attraverso la lotta armata come vorrebbero Jihad islamico, Al Qaeda, ecc.
L’altro fallimento annunciato riguarda l’Iran. L’appeasement di D’Alema verso Ahmadinejad e gli ayatollah che sfidano continuamente la comunità internazionale è scandaloso. All’Espresso ha detto: «Non credo alla politica dell’isolamento e delle sanzioni, non ha mai prodotto effetti positivi». Sul Corsera, a Riotta che gli fa notare la repressione del regime contro gli oppositori risponde che l’Occidente ha perso il diritto a fare la morale a causa di Abu Ghraib e Guantanamo. E a Radio1 ha annunciato: «Se lo sviluppo della tecnologia nucleare è portato avanti da Teheran per fini pacifici, è legittimo». È per far passare questa linea che Prodi e D’Alema chiedono che l’Italia sia ammessa nel gruppo impegnato nelle trattative con l’Iran. Bisognerà cioè far finta di credere che la stessa persona che invoca un giorno sì e l’altro pure la distruzione di Israele voglia procurarsi energia nucleare per scopi puramente civili. Con quale obiettivo? Indebolire Ahmadinejad, contando sul fatto che «l’Iran è un grande paese, con culture e identità diverse e una società civile forte e articolata. È stato il moderato Khatami a dire che la sola politica di isolamento ha finito per rinforzare la popolarità di Ahmadinejad». Avete letto bene, per D’Alema darla vinta al presidente iraniano è il modo migliore per indebolirlo e aiutare gli iraniani che dissentono da lui. E chissà quante intuizioni folgoranti ha ancora in serbo il Metternich di Gallipoli.

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