Dalla 194 alla Ru486, quando si tratta di difendere la vita è bene che politica e testimonianza si battano insieme. Ce lo dimostrano tre pro-life doc
La legge 194 è iniqua, lasciamola a chi l’ha voluta e rivendichiamo l’onore di averla combattuta, con il 32 per cento dei votanti italiani, nel 1981. La testimonianza della verità sul diritto alla vita rimane un gesto profetico fondamentale per sperare, a lungo termine, di ribaltare il clima abortista che permane maggioritario nel paese. Ma la condizione perché questa testimonianza sia efficace è che la verità venga trasmessa e insegnata integralmente, senza reticenze né rispetto umano. Tuttavia la testimonianza non salva le vite umane oggi. Infatti bisogna rendersi conto che l’aborto è entrato, anche in seguito alla legalizzazione, nel costume degli italiani, e la preoccupazione di chi ama la vita deve rivolgersi anzitutto agli innocenti da salvare, ma anche ai genitori, alle madri e ai padri che hanno commesso l’omicidio, che devono essere aiutati a comprendere la gravità del gesto che hanno compiuto, ma anche recuperati. Che fare dunque? Questa sembra essere la domanda sottesa agli interventi di Patrizia Vergani e di Assuntina Morresi su Tempi. La prima cosa da fare credo sia distinguere i piani, cioè la dottrina che esprime la verità di principio dalle leggi, che hanno bisogno di una maggioranza parlamentare per essere approvate o cambiate. I compromessi non possono riguardare la verità, che va comunque indicata come meta. I compromessi invece si realizzano in Parlamento, dove bisogna cercare di costruire maggioranze “possibili”, come è accaduto per l’approvazione della legge 40. Il compromesso, poi, deve essere ragionevole. La legge 194 non può essere abrogata e sostituita da una legge pro-vita? Almeno deve essere attenuata chiaramente nei danni che produce.
Marco Invernizzi
responsabile Alleanza Cattolica
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Un dibattito importante, quello in corso su Tempi a proposito della legge 194: tesi opposte nonostante una sintonia di fondo sul valore della vita umana. E allora? 1) È evidente che un trentennio di esistenza della 194 ha profondamente cambiato in Italia la cultura sul valore della vita (come analoghe leggi hanno fatto in Gran Bretagna, Olanda, Spagna, eccetera). 2) Gli scopi della legge (dichiarati a suo tempo), e cioè “far emergere” o “regolamentare” il fenomeno dell’aborto, sono ormai superati: prodotti come la pillola del giorno dopo o la Ru486, che sarà presto introdotta anche in Italia, hanno di fatto svuotato la 194 della sua presunta efficacia di controllo. 3) Proprio questa estensione e la maggiore facilità dei metodi abortivi (e della mentalità abortiva) sono alcuni degli effetti apertamente dichiarati della 194 (vedi art. 15).
4) Tali effetti non sono soltanto culturali. Sono realtà pratiche. Sono prassi, prodotti venduti in farmacia o utilizzati negli ospedali. Ebbene, tali effetti, culturali e pratici, resterebbero tutti anche nella (irrealistica) ipotesi di un cambiamento radicale della 194 o nella (ancora più irrealistica) ipotesi di una sua abrogazione. Credo che sia questo il reale significato della tesi esposta da Assuntina Morresi su Tempi («non possiamo fossilizzarci su quanto abbiamo votato trent’anni fa»). 5) Per questo ciascuna delle posizioni opposte deve prendere atto della propria incompletezza: chi definisce la 194 «una buona legge, una delle migliori del mondo» non deve dimenticare gli effetti che si sono sviluppati in questi tre decenni; chi proclama l’iniquità di quella legge non deve limitarsi ad essa, ma estendere la sua proposta a tutta la complessità della situazione.
6) Non va dimenticato un elemento solitamente trascurato eppure ribadito diverse volte nella 194: «Il padre del concepito» (si legga l’art. 5). Certo, la legge usa questo concetto per escludere «il padre del concepito» ove la donna non consenta di coinvolgerlo, seppellendo i princìpi costituzionali di parità tra i genitori. Ma comunque questa espressione indubbiamente significa tre cose: primo, che il concepito esiste; secondo, che il concepito ha un padre; terzo, che quindi non occorre essere scienziati, filosofi o giuristi per capire che il concepito «è un figlio», e non è un oscurantista veterocattolico chi lo dice, perché lo dice la 194. Questo è il punto più importante per affrontare il problema dell’aborto e della vita in modo completo e coerente, senza fermarsi alla 194.
Paolo Picco
volontario nei Centri di aiuto alla vita
e membro del direttivo nazionale
del Movimento per la vita
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Ho seguito con interesse gli interventi che si sono susseguiti su Tempi sul tema della 194. Come è noto le mie posizioni sono chiare: la vita umana inizia dal concepimento. In questa evidenza ci confortano non solo le ragioni della fede ma anche quelle della scienza e della laicità (non è un caso che Norberto Bobbio e pure Pier Paolo Pasolini si scagliarono, da punti di vista diversi, contro l’aborto). Mi sconcerta, però, la divisione del mondo cattolico e la “rincorsa” seppure in buona fede, a sottolineare l’orrore dell’omicidio. Mi riferisco ad esempio al recente appello alla riflessione pubblicato dall’inserto di Avvenire (“è vita”) e rivolto ai legislatori, a firma di Marina Casini e Maria Luisa Di Pietro. Mi permetto di far memoria di recenti avvenimenti. Il referendum del 2005 ha registrato una importantissima sintonia di “princìpi non negoziabili” tra la Chiesa e il popolo italiano. Il Family day ha confermato un’evoluzione positiva di questo rapporto, dopo molti anni di sconfitte che partirono proprio dai referendum su aborto e divorzio. Aggiungo la semplice considerazione che nel gennaio 2006 una indagine conoscitiva sulla applicazione della 194 metteva in risalto una grave inapplicazione della legge. Il principio di applicare le leggi prima di modificarle è una regola che a me pare laicissima e importantissima anche in questo caso. Nel magistero della Chiesa, recentemente nel documento indirizzato ai politici cattolici dalla Congregazione della Fede del 2002, si ripete che là dove non sia possibile eliminare il danno, è indispensabile ridurne gli effetti deleteri. Ebbene, attualmente in entrambi i rami del Parlamento non si dispone di una maggioranza certa a favore delle modifiche necessarie alla 194, più facile che ci siano forze e singoli disponibili a valutarne l’evidente mancata applicazione. Aprire il calderone infernale della legge 194 oggi, in un momento in cui proprio l’applicazione della legge vieta l’introduzione della Ru486, mi pare faccia a pugni con la realtà dei fatti. Una battaglia ideale è sempre possibile, ma deve tener conto del principio ragionevole che suggerisce di evitare un danno maggiore. In questo caso, in effetti, è ragionevole prevedere come la stessa richiesta di mettere mano alla 194, richiesta che viene da autorevoli esponenti del mondo cattolico, sarebbe presa a scusante di modifiche ben peggiori. Ciò produrrebbe non solo una sconfitta delle ragioni della vita, ma pure una doppia sconfitta che faciliterebbe l’evoluzione dell’aborto “à-la-carte” presente in molte altre legislazioni di paesi europei. In conclusione, migliorare la legge 194 oggi non può che voler dire chiederne la reale e totale applicazione e una serie di direttive che la aggiornino, a partire dal divieto della selezione eugenetica e dell’infanticidio. La strada del diritto alla vita, oggi e auspicabilmente non per sempre, passa dalla reale attuazione della legge 194 e dalla introduzione di direttive più stringenti sul diritto del nascituro.
Luca Volonté
capogruppo Udc alla Camera
Sfumature diverse per rappresentare un’intelligenza e un giudizio comune sul dato che l’aborto non è un “diritto riproduttivo”, come illogicamente e grottescamente concepiscono le direttive orwelliane delle commissioni Onu e Ue. Concordiamo al mille per mille coi nostri interlocutori: nell’epoca del kit per l’eutanasia e della Ru486, dei dottor morte e della morte in pancia fai-da-te, testimonianza e politica devono andare insieme, non farsi la guerra per chi è più duro e puro nella difesa dei princìpi. Per questo impariamo da Santa Roma-na Chiesa ad adeguare l’intelletto alla realtà e a rifare popolo, cioè comunione cristiana, dove nessun uomo e nessuna donna siano lasciati alla mercé del Potere mortifero.
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