DALLA CDL ALLA CDR
Dopo le elezioni regionali il governo non ha più la maggioranza dei consensi nel paese, il blocco sociale che ha votato Berlusconi nel 2001 si sta contraendo e… astenendo. Berlusconi aveva promesso riforme: per scardinare l’assetto corporativo della società italiana, per ridurre l’oppressione dello Stato amministrativo, per rafforzare l’esecutivo, per rendere più efficiente la giustizia, penale e civile, per liberalizzare l’economia, per cambiare il sistema educativo… I risultati sono magri. Sì, lo smilzo contratto con gli italiani è stato quasi del tutto onorato – tasso di disoccupazione a parte – ma alle necessità di innovazione del paese il governo non ha fornito risposte tempestive e convincenti. Dei gravi limiti della riforma federalista si è già scritto qui, quella del mercato del lavoro avanza lentamente tra le pastoie dei regolamenti di attuazione, quella del sistema educativo oscilla pericolosamente all’indietro, quella della giustizia è rimasta a metà. Il ciclo di una politica riformistica da sempre richiede che le riforme si facciano all’alba della legislatura, così da poter mostrare agli incerti le convenienze di una riforma e diluire o riassorbire la reazione degli interessi offesi. Fare l’alzabandiera delle riforme al pomeriggio e solo fino a mezz’asta non incoraggia la truppa.
La domanda radicale è se la Casa delle Libertà sia davvero in grado di fare riforme. An è il partito degli impiegati statali, della spesa pubblica e dell’antico meridionalismo assistenziale. La difesa dell’unità nazionale e l’opposizione al federalismo ne costituiscono la copertura ideologica. L’Udc ha ereditato cultura e basi sociali del vecchio insediamento doroteo. La Lega, liberale finché si tratta di federalismo, su tutto il resto diviene illiberale, antieuropeista, etnofoba, protezionista e protettrice delle pensioni di anzianità degli operai e degli impiegati del Nord. E Forza Italia? Quella del 1994/96 perseguiva una sorta di ingenuo liberalismo aziendalistico. Quella del 2001 ha raccolto, all’ombra di un liberalismo compassionevole, una quota di elettori disponibili all’innovazione, ma anche tutti gli scontenti delle riforme uliviste – prima fra tutte quella dell’euro – e i paurosi delle riforme in generale, nell’illusione di operare, una volta al governo, una sintesi liberale e riformista. La sintesi è mancata. Forza Italia si presenta come un coacervo di culture politiche e di interessi, amalgamati da un paleo-anticomunismo mitologico e residuale, senza nitida identità liberale e riformista, senza slancio etico, senza passione riformista. Con un leader di partito e di governo che soffre della sindrome della “ridotta valtellinese” e un personale politico sparso sul territorio, che pratica un uso spregiudicato e ottuso del potere, alla ricerca di miserevoli fringe benefits, nuova versione clientelare delle vecchie alleanze del Caf, di cui replica i molti vizi e di cui non ha conservato le poche virtù. Insomma: Forza Italia è l’architrave spezzata della Casa delle Libertà.
Perciò alla Fed è bastato aspettare seduta sulla riva che il fiume portasse gli scontenti, gli incerti, i delusi, gli astenuti. Al momento nessuno sa che cosa essa vorrebbe o potrebbe fare qualora arrivasse al governo. Ma il messaggio conservatore della Fed ha il pregio della coerenza e dell’univocità: centralità del Sud assistito, della spesa pubblica e, quindi, dei dipendenti pubblici. Perciò le tasse possono anche aumentare. Nessuna riforma della scuola, nessuna della giustizia, nessuna riforma federalista: prima si vince, poi si vedrà. Difficile resistere a un tale messaggio populistico, che promette cuccagna a tutti e sacrifici a nessuno.
Ma la domanda dei cittadini elettori delle prossime elezioni politiche non dà scampo né a Berlusconi né a Prodi: quali riforme per invertire il declino del Paese?
Una risposta è stata data dalla vittoria del “riformismo delle opere” di Formigoni in Lombardia, benché mutilata dal niet di Berlusconi, che ha finito per bloccare l’accesso di nuove forze riformiste e per rendere determinante il condizionamento della Lega. Forse il modello Formigoni può diventare quello della Casa delle Libertà, sempre che essa voglia o riesca a operare una rifondazione riformista per divenire la Casa delle Riforme.
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