Dalle cipolle (e i Bingo) dell’egiziano Visco, al bel Superenalotto (di nuovo da sogno)
Infine anche gli italiani hanno avuto l’Euro e con la nuova moneta, insieme alle code ai caselli autostradali e all’ansia da “arrotondamento” degli importi in lire, è tornato il sogno di diventare “euromilionari”. Il Governo ha infatti eliminato ogni limite per il Jackpot del Superenalotto che settimana scorsa, a Ravenna, ha regalato la prima vincita record dell’anno: oltre 30 milioni di Euro.
In Italia concorsi, schedine, numeri e lotterie sono una passione nazionalpopolare che coinvolge circa 30 milioni di persone (il 74% adulti, in pratica quasi quattro persone ogni cinque con più di 18 anni), per un giro d’affari giunto nel 1999 a quota 40mila miliardi, l’1,7% del Pil. Insomma il gusto di giocare, di tentare la sorte (quasi un “istinto biologico” dell’uomo, che inutilmente il legislatore metterebbe fuori legge, a meno di non voler vedere l’innocuo rito della coda al botteghino cedere il passo alla pratica ben più perniciosa del gioco clandestino), è tanto diffuso nel Belpaese da costituire una vera manna per le urgenze erariali dello Stato. Naturalmente nessun ministro delle Finanze si sognerebbe mai di ostacolare un flusso di denaro a costo zero il cui principale beneficiario è il suo Ministero. Nes-suno, ad eccezione di Vincenzo Visco.
Nel settembre 1999, a pochi mesi dalla memorabile vincita di 86 miliardi realizzata a Grottaglie, fu Visco a fissare per il Jackpot del Super-ena-lotto quel “tet-to” che ha portato le entrate del concorso da 6000 a 5000 miliardi (perdita per l’erario: circa 600 miliardi).
Decisione ammantata come una scelta di “moralità”, ma forse più probabilmente una scelta ideologica, s’è vero che, con bando di concorso lanciato nello stesso 1999, il ministro non ha invece esitato a distribuire concessioni per l’apertura di sale da scommesse sui più diversi sport, dall’ippica fino al basket: 1500 agenzie i cui gestori si sono impegnati a versare al Coni, all’Unire (corse dei cavalli) e allo stesso Ministero somme minime garantite, calcolate su un volume d’affari valutato da Visco in 3100 miliardi.
Una stima tanto realistica che a marzo 2001 l’80% dei concessionari era sull’orlo della bancarotta. Se a tutto questo si aggiungono l’aumento della colonna Super-enalotto, passata da 800 a 950 lire (a esclusivo vantaggio dello Stato, visto che l’aggio per i ricevitori è rimasto immutato), e la grave sottovalutazione dello sciagurato fenomeno “videopoker” (1 milione di slot-machine, fonte di non pochi casi di “gioco patologico”, per un giro d’affari da 30mila miliardi l’anno), si capisce perché nel 2000 le entrate del gioco pubblico non hanno superato i 28mila miliardi, 12mila miliardi in meno del ’99: quasi una piccola manovra finanziaria. Né sembra destinato ad aver maggior fortuna l’ultima passione dell’intelligentsia di centrosinistra: il Bingo (linee guida fissate con decreto pubblicato il 22 febbraio 2000, a firma Vincenzo Visco). Le previsioni erariali del nuovo gioco, inserite nella finanziaria elettorale del 2001, parlavano di entrate superiori agli 830 miliardi (con un movimento di denaro pari a oltre 4mila miliardi). Oggi il Bingo rischia di non rendere neppure i 150 miliardi previsti dal più prudente Giulio Tremonti. Errata valutazione di ben 40 volte. Per eccesso.
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