Dall’inviato (tra gli afghani). Agli studenti (italiani)

Di Luigi Amicone
11 Ottobre 2001
Non ha senso scrivere di una guerra di cui non si può sapere che cosa accadrà fra due giorni. E poi Fausto va di fretta. Va al fronte con i mujaheddin della coalizione del nord. Domenica le schegge di una granata gli hanno accarezzato la testa.

Non ha senso scrivere di una guerra di cui non si può sapere che cosa accadrà fra due giorni. E poi Fausto va di fretta. Va al fronte con i mujaheddin della coalizione del nord. Domenica le schegge di una granata gli hanno accarezzato la testa. Gli è capitato così tante volte che lui la paura la sente sempre ma non la pensa più. E poi questo è il suo Afghanistan. E nemmeno sua moglie (che è sua moglie) e nemmeno noi (che siamo suoi amici) ci possiamo fare niente. Sono vent’anni che, come al capezzale di un malato, l’inviato Fausto Biloslavo torna periodicamente. Eccolo di nuovo in marcia sulle montagne in cui è stato quasi ammazzato e verso quella Kabul dove per sette mesi è rimasto in galera, compagno di prigionia di talebani e mujaheddin. Mentre cammina verso il war tour, in conversazione satellitare (analoga a quella che guida i missili sul bersaglio) gli chiediamo di immaginare di trovarsi da cosiddetto “esperto”, ospite di una delle tante assemblee di studenti che in questi giorni si organizzano nelle scuole italiane per cercare di pensare, capire, giudicare. Fausto parla da Jabul Sarj, Afghanistan, a una manciata di chilometri dalla prima linea. Allora, Fausto, cosa diresti ai ragazzi italiani? «Direi che questo paese è stato travolto da 22 anni di guerra. La speranza è che questa possa essere l’ultima battaglia per conquistare infine la pace». Secondo te esistono guerre “giuste” o tutte le guerre sono ingiuste? «Penso che non esistono né guerre giuste, né guerre ingiuste. Ma soltanto guerre, che fondamentalmente sono tutte un po’ sporche. Tuttavia ci sono guerre che vanno fatte, e bisogna assumersene tutte le responsabilità, nel bene e nel male. Probabilmente questa è una di quelle». Gino Strada, chirurgo di Emergency, dall’Afghanistan ha lanciato il monito «non fate la guerra, ci vuole altro». È possibile fare “altro”? «Penso che in questo caso la bella teoria “mettete i fiori nei vostri cannoni” è fuori gioco e fuori tempo massimo. Improbabile che si possa pensare a un accordo intorno ad un tavolo, stringendosi le mani. Purtroppo qui conta la forza del kalashnikov. Applicare il pacifismo a una realtà come l’Afghanistan, qui al crocevia dell’Asia, mi sembra assurdo». Tu conosci bene i talebani. Hai condiviso la prigionia con loro. Come ti spieghi questa irriducibilità di fronte all’efferatezza di un attentato come quello di New York? «Beh, non bisogna demonizzare né generalizzare. Io ho incontrato un prigioniero talebano dei mujaheddin, un comandante anche piuttosto importante, amico di molti ministri del governo talebano, che mi ha confessato di provare molta pena per quelle migliaia di vittime americane civili. Ma ha anche detto che se questo attacco fosse in difesa dell’islam, allora lui lo accetta in nome del Jihad, contro i nemici di sempre, la Cia e gli Usa, Israele». Stasera dove sei diretto? «In questo momento sto seguendo una scorta di mujaheddin che è venuta a prendermi. Stiamo andando al fronte per la seconda notte di guerra. Ho già sentito le prime detonazioni, probabilmente si tratta di scambi d’artiglieria tra talebani e antitalebani, perché la linea del fronte è vicina, a 30 chilometri da Kabul…»

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