Via dall’Irak? Ma siete pazzi?

Di Luigi Amicone
20 Maggio 2004
L’ansia elettoralistica di politici e media italiani capovolge la realtà. “Ritirarsi dall’Irak? Sarebbe un crimine contro l’umanità”. Parola di inviati al fronte e di editorialisti arabo-musulmani

Ma chi ha detto che i soldati della coalizione in Irak non stanno facendo un buon lavoro?
I miliziani islamo-fascisti di Moqtada al-Sadr sono costretti a sparare in aria per disperdere le dimostrazioni della popolazione irakena di Najaf che non li vuole e che chiede alle milizie di andarse dalla città. In un documento reso noto la scorsa settimana la Lega Araba si dice esplicitamente impegnata a favorire lo sviluppo «della democrazia e dell’uguaglianza tra i cittadini, la libertà di espressione e i diritti delle donne». Il Kuwait ha approvato domenica scorsa una legge in cui finalmente viene riconosciuto alle donne il diritto di rappresentanza in Parlamento. E lo stanno scrivendo in tanti fuori da questo microcosmo in cui si sta trasformando l’Italia dominata da un giornalismo che sembra governato più da basse pulsioni elettoralistiche che dalla considerazione obiettiva dei fatti: non è vero che l’occupazione dell’Irak è una minaccia contro la stabilità e la pace nel mondo arabo e musulmano. Al contrario è vero che una fuga da Baghdad produrrebbe conseguenze tragiche incalcolabili in Irak e in tutta la regione mediorientale.

Chi tradisce il popolo irakeno
A mezzogiorono di lunedì 17 maggio, Tempi raggiunge Gian Micalessin mentre sta entrando a Nassiriya. Sfidando i cecchini di Ali Sadr, Micalessin è il primo giornalista ad arrivare da Baghdad nell’avamposto delle truppe italiane dopo la morte del caporale Matteo Vanzan. Sono mesi che l’inviato del Giornale va su e giù dall’Irak dopo aver seguito tutta la guerra, due anni fa, scendendo dal Kurdistan alla pianura tra il Tigri e l’Eufrate. Gian, tu sai che qui in Italia si discute, “ritirarci o restare”, tu cosa vedi sul terreno? «Vedo quello che vedono tutti i colleghi della stampa internazionale: i nostri soldati sono costretti ad affrontare con le mani legate una banda di straccioni. Vogliamo andarcene dall’Irak? Bene, lo si dica chiaramente e si rimpatrino alla svelta i nostri militari. Ma non lasciamoli in ostaggio della politica, in questa trincea di guerra – perché di guerra ormai si tratta – senza dare loro la possibilità di difendersi». Sei dell’avviso che bisogna lasciare l’Irak? «Sono dell’avviso che, a prescindere da come ci si è schierati sulla guerra contro Saddam, lasciare adesso l’Irak sarebbe un crimine contro l’umanità. Una responsabilità che ci porteremmo per decenni. Abbiamo il dovere morale di aiutare il popolo irakeno a rinascere e a ricostruire il proprio paese. Andarsene oggi sarebbe un tradimento nei confronti di questa gente e significherebbe decretare la vittoria a tavolino dei terroristi e della bande di predoni, cioè di quell’infima minoranza di miliziani che tengono in ostaggio un intero popolo».

Irresponsabile chi parla di ritiro
Chiudiamo la telefonata con Micalessin e chiamiamo il professor Kaled Fuad Allam, docente all’università di Trieste, editorialista della Repubblica. «Capisco il dolore per la morte dei vostri soldati. Ma la realtà è che sarebbe completamente irresposabile anche solo immaginare un ritiro delle truppe alleate dall’Irak. è stato iniziato un lavoro, bisogna finirlo. Basta guardare la cartina geografica: l’Irak non è la Somalia. Chiudete gli occhi e immaginate quali sarebbero le conseguenze di un ritiro della coalizione alleata: altro che guerra civile, sarebbe l’esplosione del Medio Oriente con paesi come Iran, Siria e Turchia che inevitabilmente rivendicherebbero un ruolo nella gestione del caos. Con conseguenze incalcolabili non soltanto per il popolo irakeno, ma per la pace e la stabilità del mondo intero». Però ogni giorno la situazione si fa più difficile, Luciano Violante dice che «è chiaro che gli irakeni non ci vogliono, dobbiamo andarcene subito». «Che gli irakeni non vogliono gli alleati è una propaganda degli agit-prop come Ali Sadr e tutte le milizie che, certo, si danno molto da fare per convincere le opinioni pubbliche occidentali della necessità di dare mano libera a loro. Ma la realtà non è questa. Questi sono bande di agitatori che, in un certo senso, sabotando ogni processo di normalizzazione politica fanno il loro mestiere. Ripeto: è assolutamente irresponsabile anche solo discutere di un ritiro occidentale dall’Irak. Chi lo fa dovrebbe assumersi apertamente la responsabilità delle conseguenze spaventose che avrebbe la ritirata da un terreno minato dal terrorismo e da forze che trasformerebbero l’Irak in una immensa polveriera».

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