Dazié, scarricanti e mariscialli

Di Zottarelli Maurizio
23 Febbraio 2000
Quando gli ex figli di contadini, divenuti funzionari dello Stato e personcine che si credono signori della “legalità”, dimenticano la filosofia sottostante le consuetudini dei loro avi. E si fanno “birri”

In uno dei rari casi in cui non aveva il problema di “sfasciare” qualcuno, Antonio Di Pietro teorizzò (da Micromega, mensile del giustizialismo italiano) la necessità di rifondare la società italiana su “standard etici condivisi”. E così il “caselliano” pm palermitano Roberto Scarpinato, dal medesimo pulpito, tracciava la storia del fenomeno mafioso denunciandone l’origine nel “familismo amorale”, una “cultura mafiosa” che “partendo dal nucleo parentale di base, integra in un gruppo sociale più o meno esteso altri individui attraverso il collante di rapporti interpersonali imitativi dei rapporti parentali”. Davvero l’origine del male italiano è nella mancanza di “educazione alla legalità”, dunque nella compromissione in rapporti personali, “amorali” in quanto non procedenti dalle leggi dello Stato? In realtà la memoria popolare è ricca di esempi che, al contrario, documentano come buonsenso e consuetudine siano intervenuti a lenire ingiustizie di leggi spesso inadeguate a rispondere ai problemi della vita reale.

In Brianza ad esempio, prima di diventare terra di mobilieri e di imprenditori specializzati in alta tecnologia, si viveva di allevamento e agricoltura. E come come ogni ricchezza era sottoposta al fisco: perciò, prima della macellazione, ci si doveva presentare dal daziè che in base al peso imponeva, appunto, il dazio. E se durante l’ingrasso qualche chilo di lardo in più era benedetto, uno sconticino alla pesa era tutto grasso che colava sulle tavole dei contadini. Questo il daziè lo sapeva, che per un po’ di salami poteva far dimagrire un florido maiale da 220 chili fino a ridurlo a un patito suino da 150. Qualche chilo di carne in più per il contadino e di salumi per il daziè aiutavano a tirare avanti entrambi. Dal Nord al Sud. Napoli. Buonsenso e ingegno qui non è mai difettato. Ma la fame ha contribuito ad aguzzarlo. Così tra gli scarricanti, gli scaricatori portuali, una volta esisteva una sorta di società di mutuo soccorso. Così, ad esempio, se attraccava una nave carica di grano, durante le operazioni di scarico le culotte al ginocchio che vestivano sotto i pantaloni, appositamente strette con degli elastici alle estremità inferiori, si trasformavano in pratiche sacche in cui far scivolare qualche manciata di grano. La solidarietà di categoria avrebbe poi vanificato i controlli: passati i quali e svuotati i mutandoni, tutti sarebbero tornati a casa con quel tanto di necessario a cucinare un po’ di pane. Altro esempio. Per le famiglie del sud agricolo che avevano bisogno di braccia nei campia leva militare nello stato unitario-sabaudo, , era uno degli oneri più gravi da sopportare. Anche in questo caso la pratica popolare aveva realizzato liste di arruolamento su misura: a Napoli, dove i ragazzi erano immancabilmente destinati in marina, ci si presentava alla capitaneria di porto al cospetto del marisciall – come viene definito qualsiasi militare – preposto alla registrazione dei cadetti. Questi era sì o’ marisciall, ma pure uomo dei vicoli più sensibile alle ragioni dei compaesani che a quelle della marina militare, perciò con un semplice omaggio si poteva passare d’incanto nella lista dei congedati. Altrove, come in Sicilia, era normale che i liberi professionisti (medici, avvocati, ma anche artigiani) fossero pagati dai contadini in natura, anche perché come spiega Pietrangelo Buttafuoco, “i contadini hanno sempre diffidato del danaro” che non olet, ma è anche assai meno consistente di una misura di grano o di un otre di vino. Perciò se era normale che, in assenza di contributi e tfr, la serva (colf si dice oggi), giunta alla vecchiaia dopo molti anni di servizio in una famiglia agiata, fosse accudita dai padroni, era altrettanto normale che l’accesso ai pascoli e ai boschi della legna fosse gestito secondo la regole dell’a mezzo: Il contadino faceva legna nel bosco del proprietario o portava il bestiame sul suo pascolo, poi dei frutti (legna, latte, ecc) si faceva a mezzo. Oggi l’uno sarebbe accusato di sfruttamento, l’altro di appropriazione indebita, ma a rimanere a bocca asciutta sarebbe ovviamente il nullatenente: a norma di legge, però.

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