Del vedere (quando la salvezza ha un volto d’uomo)

Di Frangi & Stolfi
15 Marzo 2000
Senza ombrello, sotto il temporale

L’esposizione più interessante organizzata per questo Giubileo si è aperta a Londra. È interessante sin dal titolo: “Seeing salvation”, vedere la salvezza (National Gallery, sino al 7 maggio). Il cristianesimo infatti non è una religione ma una persona; quella persona aveva un corpo e un volto e quindi un aspetto visibile, tangibile. E attorno alla memoria e alla riproduzione per immagini di quel corpo e di quel volto la National Gallery ha montato un’esposizione con opere in parte custodite nel museo stesso (depositi compresi) e in parte chiamate da fuori. L’idea è semplice, com’è semplice la storia della fede generata dall’arrivo di quella persona sulla terra. Si sviluppa a partire dalla nascita e dal tentativo di mettere in immagini la doppia natura umana e divina di Gesù. Passa attraverso la ricerca del suo volto. E si conclude nella rappresentazione della sua morte e resurrezione. Ci sono tante sorprese in mostra, come il piccolo bassorilievo in avorio con quattro riquadri sulla passione e resurrezione; o la riproduzione del famoso Mandylion di Edessa, conservata ad Hampton court. Quest’ultima era un’immagine non dipinta da uomo, conservata secondo la tradizione nella città turca che oggi si chiama Urfa e che sta al confine con la Siria. Oggi gli storici tendono a identificarla con la Sindone, che era ricomparsa a Costantinopoli nel 944 e che sarebbe stata esposta a Edessa in modo tale da metter in mostra ai fedeli solo la parte del volto di Gesù. Ma Mandylion significa “asciugamano” e rimanda alla leggenda del re Abgar di Edessa che, malato, mandò il suo pittore di corte a fare il ritratto di Gesù. La mano dell’artista però restò bloccata, incapace di dipingere quei lineamenti: rimediò Gesù stesso all’impasse, asciugandosi la faccia e donando il pezzo di stoffa con l’immagine del suo volto, rimasta misteriosamente impressa, al pittore. Quell’immagine sarebbe stata il Mandylion di Edessa e la sua vicenda è emblematica del bisogno quasi fisico dei credenti, di avere davanti a loro il volto di colui attraverso cui la salvezza è diventata una cosa reale dentro la storia. La straordinaria diffusione del volto di Gesù, di Maria e dei Santi infatti è l’esatto opposto dell’idolatria. È la conferma, che passa dentro la povertà o la bellezza di quelle immagini, che il cristianesimo non ha nulla di astratto, ma è dentro quei volti, è in quella carne attraverso cui è passata la salvezza. Perché se non è lì dentro, non è nulla.

Peccato perciò che alla mostra londinese manchi un quadro che non doveva mancare: è la Cena di Emmaus di Caravaggio, conservata proprio alla Nation Gallery. Nelle mani spalancate e negli occhi sbarrati e commossi per lo stupore di Cleopa (uno dei due discepoli che avevano incontrato Gesù, senza riconoscerlo, sulla strada da Gerusalemme a Emmaus), in quei gesti c’è più cristianesimo che in mille trattati di teologia. Peccato che manchi quel Caravaggio, perché nessuno, nella storia dell’arte, ha avuto la grazia di capire, meglio di Caravaggio, quanto il cristianesimo sia tutt’uno con la carne e con la presenza reale di quell’uomo.

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