Delitto e ribalta

Di Marina Corradi
06 Settembre 2007
Dalla dostoveskiana attrazione per il male all'incosciente morbosità del Garlasco show. Parla lo psichiatra Eugenio Borgna

Mentre scriviamo, non sappiamo se le analisi del dna del capello più famoso d’Italia avranno fatto luce nell’omicidio di Chiara Poggi. Né se l’alibi del fidanzato di Chiara, il giovane Alberto Stasi, sia stato confermato o distrutto, non sappiamo se egli quella mattina del 13 agosto lavorasse davvero alla sua tesi oppure fosse nella villetta di via Pascoli a massacrare quella ragazza sua fidanzata da quasi quattro anni. Non sappiamo se qualche tassello di questo delitto inspiegabile sia stato messo al posto giusto. Ma sappiamo che comunque qualcosa di nuovo è già successo: dalle colonne del Corriere della Sera Fabrizio Corona, piombato come un falco a Garlasco per proporre un contratto alle due gemelle («hanno stoffa», giura il protagonista di Vallettopoli) ha teorizzato ciò che molti nei media pensavano, ma non osavano dire apertamente. «La cronaca attira più dello spettacolo – ha spiegato Corona – queste storie vanno amministrate seriamente». Business dunque a Garlasco, e manager a gestire l’immagine di chi, dopo un delitto, si affanna a infilarsi nel cono di luce dei riflettori. Eugenio Borgna, psichiatra e scrittore – ha appena presentato al Meeting di Rimini il suo ultimo libro, Come in uno specchio, oscuramente, edito da Feltrinelli – osserva il palcoscenico di Garlasco con una dolente attenzione. «Questo Corona – dice – è franco, ma della franchezza del Raskolnikov di Dostoevskji: senza la percezione di quanto significano le parole che pronuncia, di quanto dolore arrecano ai familiari della morta, e soprattutto di quale spinta inconscia destano tra i più fragili che ascoltano».
Professore, come definirebbe il “marketing” che si sta facendo intorno al delitto di Garlasco?
Direi che tende a distruggere tutti i valori sui quali si fondano l’esistenza e la convivenza umana. Ogni solidarietà è calpestata, gli altri sono cose, bulloni da vendere.
La cronaca nera desta sempre interesse. Nel dopoguerra tutta l’Italia parlava della strage di via San Gregorio, o del delitto Montesi. Ma qui c’è un passo oltre. Un delitto per creare vip, un omicidio come trampolino di lancio per chi vi è in qualche modo coinvolto.
Quasi che fosse stata smarrita ogni memoria del dolore, e della morte. Sembra che chi muore possa essere immediatamente cancellato e rimosso, addirittura da chi gli era cresciuto assieme. A livello collettivo, poi, solo una superficiale risonanza emotiva, e la strumentalizzazione di chi riferisce, o usa la tragedia, come in uno smarrimento del valore della vita, e della morte. Indifferenza per chi muore, a come muore. Traccia di eclissi del sacro, e non solo nella declinazione religiosa del termine, ma umana. Anche di fronte a una parente, si pensa alla visibilità, al successo: anche davanti a una morte così prossima, si continua a vivere nell’effimero e nell’istante.
Un chiasso pagano, dunque, quello dei media attorno a Garlasco?
Certo profondamente decristianizzato, ma anche profondamente dereligiosizzato, perché la dignità del vivere e del morire sono patrimonio anche dei non credenti: la solidarietà, la condivisione del dolore, sono qualcosa in cui siamo abituati a pensare di riconoscerci tutti.
Sappiamo che il “giallo”, la finzione scenica o letteraria dell’enigma, appassiona moltissima gente assolutamente pacifica. Naturalmente, interrogarsi sul colpevole di un giallo di Simenon non ha nulla a che fare col voyeurismo incitato da tg e giornali. Tuttavia, viene spontaneo farsi una domanda: l’enigma, la ricerca di un colpevole finto o, oggi, vero, perché ci appassiona tanto?
La molla psicologica del “giallo” è che vi accadono cose enigmatiche e oscure. E siccome istintivamente tendiamo alla luce del sole, a che tutto sia chiaro, siamo spinti a cercare la soluzione degli enigmi. L’enigma potrebbe essere definito come il lato oscuro del Mistero. Anche il Mistero ci nasconde qualcosa: ma c’è una luce profonda, nel Mistero.
Sta di fatto che del Mistero parliamo sempre meno, e riduciamo a enigmi i delitti reali. Come se non ci bastasse più la finzione, ma occorresse il sangue vero. E su questo un gioco intellettuale, o a volte morboso, invece della pietà.
I delitti veri, come Cogne, come Erba, a differenza di quelli della finzione, sollecitano il riemergere di istanze crudeli che vivono nel profondo, potenzialmente, di ognuno di noi. È possibile che nel cogliere la morte altrui quasi ci si rallegri inconsciamente di esserle noi invece sfuggiti: la differenza fra l’appassionarsi a un libro e a un fatto reale sta in questa sottile sfumatura crudele. Non voglio usare una parola terribile, ma un interesse così morboso per delle tragedie autentiche fa sospettare addirittura un principio di perversione. Di quella terribile istanza che in potenza esiste in tutti: vivere la morte dell’altro come qualcosa che ci realizzi.
Con piacere, vuole dire?
Non voglio dire questa parola intollerabile. Preferisco pensare a una estraneità tale all’altro, che si può intravedere nella sua sofferenza una deformata realizzazione di sé.
E invece Erika di Novi Ligure, assurta a idolo adolescenziale su internet, che cosa rappresenta?
Ci sono stati momenti, nella storia, in cui il male è diventato emblema e portatore di un fascino terrificante, contrapposto al bene vissuto invece come banalità, inutilità, debolezza. Nella crudeltà di Hitler si riconoscevano milioni di tedeschi, credendo che la loro vita si potesse realizzare nel solco della volontà di distruzione. Parlo del male nella accezione dostoevskjiana, quello di Raskolnikov, il male dichiarato e scelto. In Dostoevskji il male è presentato nella luce di un fascino cui è difficile sfuggire, chiave per uscire da una grigia normalità.
Lei parla, a questo proposito, del superomismo.
Infatti. Un’ansia di uscire dal “gregge” di quanti vivono tendendo a un bene sta producendo un superomismo che la tv, ora, moltiplica e rafforza in modo esponenziale. Ventiquattro anni fa don Luigi Giussani al Meeting indicò questa deriva, quando parlò del riduzionismo che trasforma l’uomo a apparenza come di un rischio fatale, come della sfida più irreligiosa che avremmo dovuto affrontare. «Contro questo noi ci solleviamo», disse. L’intuizione profetica di Giussani si realizza oggi con puntualità impressionante.
Tuttavia, il personaggio di Raskolnikov era perseguitato dalla sua memoria, e non avrebbe aspirato ai talk show. Ora siamo al “delitto senza castigo”.
Certo in Dostoevskji c’è la coscienza cristiana del male. Raskolnikov ha coscienza del male (il Grande Inquisitore no, ritiene che nel male si esprima fino in fondo la grandezza demoniaca della condizione umana). La coscienza del delitto commesso sarebbe già molto oggi, ma sembra rara. Ciò che invece sta diventando intollerabile, grazie all’azione dei media, è il condurre una vita eticamente fondata ma nell’ombra, vivere matrimoni che non si rompano, credere nell’educazione dei figli – assurdità, in un mondo che fa dell’apparenza l’unico significato.
C’è dunque tutto un mondo invisibile che lavora, fatica, educa, ma nessuno lo racconta: come se non si percepisse più il fascino dell’umano.
L’uomo cessa di essere soggetto di vita e di storia, non interessa nelle pagine urlate o effimere dei giornali. C’è una complicità diretta e fatale dei media, in quello che sta accadendo: lo si sa bene, e da tempo, che più si parla di suicidi, più si alimenta il suicidio, e il meccanismo in atto è simile.
Quelli che inseguono la fama anche davanti a una bara, e quei tanti che da casa li guardano con un po’ di invidia, professore, di chi sono figli?
Di famiglie devastate dalla tv, di genitori che non sanno neanche lontanamente intuire cosa possa nascondersi in un adolescente. Figli di case silenziose, con la tv sempre accesa, di un’aridità emozionale in cui anche la morte altrui è l’occasione per uscire dal proprio deserto interiore.

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