Delizie Paoline, monsignori e il Crocefisso Ada Negri

A pag. 26/27 dell’inserto Tempi del quotidiano Il Giornale – come si evince dalla rassegna stampa dell’Eco della Stampa di oggi 15 marzo 2007 – compare un articolo a firma di Gianni Baget Bozzo dal titolo “Una Chiesa da convertire” che contiene una frase per lo meno tutta da documentare: «La scuola bolognese filtra per tanti rami nella cultura cattolica italiana e controlla strumenti di massa come le Edizioni Paoline.». Senza voler entrare in polemica e pur rispettando la libertà che Gianni Baget Bozzo ha di esprimere le sue personali impressioni, ritengo necessario sottolineare che l’articolista ha almeno il dovere di precisare se si tratta di sue personali impressioni o se può documentare quanto ha scritto. Ringrazio per l’attenzione e auguro buona giornata.
sr. Beatrice Salvioni
Ufficio Stampa Paoline

Risponde Gianni Baget Bozzo:
Leggo con piacere Jesus che è una bella rivista, ma mi sembra di trovare in essa pensieri che la scuola di Bologna pone in termini di principio, ma come orientamento sono diffusi nel mondo cattolico italiano. Non mi sembra che Famiglia Cristiana e Jesus siano espressione di tutte le correnti esistenti nella vita cattolica ma abbiano un loro orientamento anche politicamente visibile. Trovo delizioso che le Paoline prendano il riferimento alla scuola di Bologna come un’insinuazione da respingere. Ne prendo atto e me ne compiaccio. Qualche volta trovo una certa sintonia!

Vi leggo sempre con piacere. Mi permetta di farle gli auguri pasquali, a lei e ai redattori, con Ada Negri (nata a Lodi nel 1870 e spentasi a Milano nel 1945), tra i poeti e scrittori che hanno reso omaggio al Crocifisso, come segno universale di fratellanza e speranza per gli uomini di ogni tempo. Ecco “Il Crocefisso rotto”, tratto dalla raccolta di prose, che desideriamo far conoscere. Grazie.
Mons. Gianmario Galmozzi
Lodi

Pubblichiamo con piacere qui di seguito il testo di Ada Negri e ricambiamo volentieri gli auguri pasquali. A lei e ai i lettori.

«Questo crocefisso rotto io l’ho scoperto dentro una cassapanca, in una casa d’ospiti che considero come mia: e subito me ne son fatto compagno e un amico. Al posto del volto è rimasto un incavo ovale, coronato da ciò che resta delle ciocche e del serto di spine. In alto, al di sotto del gancio, il cartiglio intatto, accartocciato agli angoli, con le lettere misteriose: J.N.R.J.
Ho appeso il Crocefisso al letto, all’altezza della spalliera. Prima di incominciare la giornata, prima di porvi termine, mi raccolgo in Lui, per qualche minuto. È il mio modo di pregare. E non mai più di qualche minuto; ma in quel brevissimo tempo riesco a sprofondare fino a me stessa, a confessarmi come solo si può nella preghiera, guai se per me così non fosse. Quando siedo alla scrivania dello studio che s’apre sulla camera dall’uscio aperto scorgo il Crocefisso pendere alla parete, solo con me sola. In sua presenza io so, nel modo più assoluto, di non esistere se non in Lui: per questo appunto, posso respirare senza inquietudine e lavorare con serenità. I chiodi che gli trafiggono i piedi e mani mi costringono a ricordare il Calvario, ponendo questo pensiero a base di ogni altro pensiero. Ma le fratture delle gambe e delle braccia e la cancellazione del viso mantengono senza tregua dinnanzi alla mia vista l’altro supplizio che ebbe principio dopo il Golgota, continuò nella serie de’ secoli fino ad oggi e continuerà, temo, fino a quando gli uomini saranno quello che sono: in ogni tempo e paese, con ogni mezzo di tortura, non s’è mai cessato di martirizzare Cristo. Ma che diverrebbe la terra, senza la lotta tra il bene e il male? E non è forse la volontà di Cristo, di essere di continuo torturato nei corpi e nelle anime de’ suoi fedeli e de’ suoi nemici, perché dal conflitto zampilli, con sangue la verità? Nell’incavo che rimane al posto del volto, io posso mettere con la fantasia tutti i volti, gli infiniti volti che passano effimeri sulla terra misteriosamente assomiglianti fra loro, anche se diversi. Volti di uomini sparsi nel mondo, parlanti ciascuno il proprio linguaggio, segnati ciascuno dal proprio sogno e dal proprio pio dolore, sospinti ciascuno dal proprio intimo scopo di vita: nati per patire, amare, odiare, confondere l’amore con l’odio, essere piccoli o grandi ma sempre con fatica e con pena, scontare, morire, rinascere in Cristo. Tanti volti, uno solo: quello di Cristo. Egli è pur sceso fra gli uomini per essere corporalmente simile a loro, salvarli e riceverne in cambio la morte umana e l’ingratitudine perpetua. Qualunque sia, l’uomo reca impresso sulla propria fronte il segno del Salvatore: ed è pur sempre crocefisso al proprio tormento, palese o nascosto, meritato o no.
Nessuno dei preziosi Cristi in croce di cui pittori, scultori, orafi, mosaicisti hanno arricchito chiese, palazzi, gallerie d’arte, potrebbe essere per me più bello di questo, dare al mio cuore un più profondo brivido. Così ridotto, un rifiuto, un rottame, io sola ho il diritto di tenerlo, perché io sola, quale si trova lo amo. Mi apre gli occhi su ciò che non avevo ancora ben veduto. M’insegna ciò che non avevo ancora ben veduto. M’insegna ciò che non avevo ancora ben imparato. Contemplo in esso la crudeltà di un martirio, e la carità di un perdono che dureranno finché duri il mondo. Non mi separerò mai da questo compagno col quale ho colloqui che soli riescono a mettermi in pace con la vita. Ho dato ordine che, quando sarò morta, il Crocefisso rotto mi venga posto accanto, e sia chiuso nella bara con me».

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