Democrazia, solo democrazia

Di Rodolfo Casadei
24 Marzo 2005
IL VERO PERICOLO NON è L'ATOMICA IRANIANA, MA LO SCARSO IMPEGNO DELL'OCCIDENTE NEL PROGETTO DI DEMOCRATIZZAZIONE DEL MEDIO ORIENTE. COSì PARLA VITTORIO EMANUELE PARSI

Per ottant’anni l’Occidente ha condotto nei riguardi dei paesi del Medio Oriente una politica che ha privilegiato la stabilità a scapito della democrazia, ma oggi è venuto il momento di garantire la stabilità attraverso la democratizzazione, perché la vecchia politica ha prodotto un’instabilità che dalla regione si è riverberata sull’intero sistema mondiale. È questa la tesi di fondo che Vittorio Emanuele Parsi ha sostenuto a Trieste la settimana scorsa, invitato per una conferenza dal titolo “Un futuro di pace per il Medio Oriente?” dal Centro culturale mons. Lorenzo Bellomi. Al termine lo abbiamo intervistato su alcuni dei punti da lui toccati nel corso della serata.
Professore, tutti hanno lodato il voto iracheno, ma l’instabilità continua: gli attentati stragisti, gli attacchi alle forze della coalizione e ora i dissidi fra sciiti e curdi che paralizzano la formazione del nuovo governo. Ugualmente il voto rappresenta una svolta?
Sì, perché attraverso la partecipazione di massa alle elezioni in condizioni proibitive gli iracheni si sono voluti “appropriare” della caduta del tiranno, che fino a quel momento era soltanto il prodotto di un’invasione militare straniera. Se in Occidente continuiamo ad insistere che la democrazia va bene per noi ma, viste le circostanze storiche, non va mai bene per gli altri, aspettiamoci altri Bin Laden. Perché Bin Laden è esattamente il risultato della mancanza di prospettive di diventare classe dirigente da cui è afflitta la nascente borghesia dei paesi musulmani. Se non vogliamo questo, dobbiamo investire su questa regione del mondo in termini politici, economici, militari. Il progetto della democratizzazione del mondo arabo presenta un alto tasso di rischio, ma stare fermi sarebbe comunque una scelta peggiore.
Recentemente abbiamo assistito a sorprendenti rettifiche di linea da parte di Stati Uniti e Francia. I primi sembrano nuovamente interessati a riallacciare una relazione transatlantica con l’Europa nel suo insieme, e non solo col gruppo dei “willing”. La seconda, che fino a ieri incoraggiava le posizioni antiamericane degli arabi, ha presentato insieme agli Usa al Consiglio di Sicurezza la mozione per il ritiro delle truppe siriane dal Libano e il disarmo di Hezbollah. Che sta succedendo? Perché questi ammorbidimenti?
Perché il mondo è più complicato di quanto se lo rappresentavano fino a ieri americani e francesi, e ora se ne sono accorti. Nel braccio di ferro che li ha opposti due anni fa, nessuno dei due ha vinto, entrambe hanno perso qualcosa. Oggi gli americani si rendono conto che il multilateralismo non è una zavorra, ma il metodo di lavoro fra paesi democratici: ai democratici non si possono dare ordini, e una politica mediorientale efficace, che produca ordine duraturo, la si può fare solo insieme a tutti i paesi democratici, e non unilateralmente. La Francia ha capito che non ci sono le condizioni per avere il mondo multipolare vagheggiato da Chirac: i potenziali protagonisti del mondo multipolare sono regimi totalitari minacciosi o comunque estranei alla cultura politica democratica. Da qui i ripensamenti.
In Israele, Palestina, Libano e Irak segnali positivi ci sono, pur fra molte contraddizioni. Le prospettive si fanno pessimistiche invece quando guardiamo all’Iran: avremo raid americani o israeliani per impedire che il programma nucleare proceda? Cosa succederà se e quando l’Iran degli ayatollah avrà l’arma atomica?
Il problema non è l’atomica nelle mani dell’Iran, ma l’atomica nelle mani di questo regime iraniano. Dal punto di vista del contesto strategico regionale, è difficile contestare l’aspirazione iraniana all’atomica: ce l’hanno tutte le potenze regionali che lo circondano, cioè Russia, Cina, Pakistan, India, Israele e la flotta americana nel Golfo Persico. La soluzione non sta nei raid: bisogna promuovere un processo di democratizzazione dall’interno dell’Iran e contemporaneamente lavorare per la pace fra palestinesi ed israeliani. In un Medio Oriente più stabile e democratico, l’atomica iraniana perderebbe il suo valore strategico.

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