Deserto e vuoto (anche sulla faccia dell’italia)
L’inferno di Genova e l’infinito stillicidio di polemiche e manifestazioni successive. I fantasmi della repressione di stampo fascista evocati dai media, italiani ed esteri, le proteste parlamentari, i rassemblement della piazza dove la sinistra si ritrova unita, da Rifondazione a Ds, dai Verdi ai Centri sociali, a farneticare di “notti cilene” e di “generali sudamericani”. Lungo la strada lastricata delle buone intenzioni delle associazioni di volontariato cattolico e non, pacifiste e non, terzomondiste e non, è improvvisamente esploso il fuoco di un irrazionalismo apparentemente estraneo a quelle parole di umanità, solidarietà, non violenza, a cui credevano appellarsi i marciatori antiglobali. Che cosa è successo e cosa succederà, ora, dopo quanto si è visto deflagrare per le strade sull’onda della contestazione al G8? L’Elefante alza la proboscide e fiuta con qualche brivido l’aria italiana. La paura è quella di veder ricomparire l’animale acefalo, pronto a ricorrere a ogni tipo di aggressione. È solo un problema di ordine pubblico? «No, se si vuol farlo ragionare, bisogna sforzarsi di capire cos’è, l’animale». E allora cos’è, secondo Giuliano Ferrara, cos’è che sta al fondo di questa furia devastatrice che abbiamo visto all’opera a Genova?
Il bisogno di credere, punto
«C’è questa famosa questione del vuoto. È questo che in fondo unisce l’arcipelago dei piccoli e grandi movimenti di contestazione radicale al capitalismo e alla società liberale. Chi impugna la bandiera contro il mondo globalizzato, è espressione lui stesso di un mondo altrettanto senza frontiere, un mondo in cui c’è il piccolo gruppo ecologista che si occupa dello sviluppo sostenibile e c’è l’antagonista tecnologico; c’è il piccolo gruppo ecclesiale e il mito della Rete che tiene insieme tutto in una solidarietà internazionale che è fredda e cerebrale. È la lotta contro il vuoto delle procedure, rappresentata da un vuoto speculare, vitalistico». È questo dunque che bisogna comprendere? «Sì, perché effettivamente la società liberale moderna è lo spettacolo di un grande vuoto. Nello stesso concetto di libertà c’è un elemento di vuoto e la società moderna è, in certo senso, la rivelazione di questo estremo limite di fragilità dell’uomo. Restituito alla sua libertà, dopo che si è emancipato e reso signore di se stesso, beh, l’uomo non trova granché. O meglio, trova bisogni morali, trova la necessità di credere. Paradossalmente l’uomo libero che dovrebbe essere stato affrancato definitivamente dagli schemi, dalle ideologie, dalle visioni del mondo totalitarie e dalla matrice originaria di tutto ciò, l’illuminismo, non trova niente. Di qui vediamo rinascere il bisogno di credere». Scusa, Giuliano, ma a noi pare sia solo una violenza cieca quella che abbiamo visto all’opera e che continua a fare pressione ai cancelli della società. Tu dici invece che vedi emergere un “bisogno di credere”. Scusa “credere” in che? «Credere, punto. Il nichilismo deriva dal fatto che, mentre prima le ideologie erano storiche, legate a soggetti politico-statuali, inducevano a immaginare domani radiosi e progressivi, adesso l’unica ideologia è il bisogno di credere. Una cosa è sicura, quelli lì non vogliono essere lasciati nella condizione di contemplazione pura delle procedure elettive rappresentative, del mercato, della società civile organizzata. Quelli lì, se tu cerchi di farli entrare analiticamente dentro il mondo della società liberale, vedi che si smarriscono. Quelli lì, cioè l’arcipelago di cui abbiamo detto sopra, dal ragazzo di parrocchia al giovane diessino deluso dai capi, nebulose in cui ci sta dentro tutto, ma proprio tutto, “tute nere” comprese, hanno bisogno di credere». Ripeto, Giuliano, credere in cosa? «Beh, alla fine, anche nei violenti, implicitamente, è bisogno di credere nella naturale bontà dell’uomo, che di per sé sarebbe più vicino all’Eden se non ci fossero le multinazionali; bisogno di credere nella naturale cattiveria della civilizzazione. Come al solito è un movimento che ha tante complicazioni e si presenta come punto di confluenza di tante cose, mezze verità, visioni religiose secolarizzate, Rousseau, rabberciate teorie rivoluzionarie, ma che ha, nello specifico, nel suo coagularsi in movimento antiglobalizzatore, questa esigenza di riempimento di una vita vuota».
Tutte tute nere
Difficile che a un’eruzione di questo genere si possa dare risposte, o no? « No, io penso invece che questo è il problema per i governi, per i media, per gli educatori. Non mi sembra semplicemente una questione di ordine pubblico. Certo, abbiamo sentito di notti cilene, di Genova come il ghetto di Varsavia, di Scajola come Pinochet e tante altre sciocche amenità introdotte nella pubblica discussione al fine di blandire, coccolare, civettare. Gli intellettuali devono essere messi di fronte al problema della responsabilità. Però non dimentichiamo che all’appuntamento di Genova è mancato un soggetto importante: quello della sinistra storica comunista e socialista. Questo è un movimento che non nasce in correlazione dialettica con quelle tradizioni, bensì in un totale isolamento e in condizioni di marginalità rispetto alle definizioni politiche della ribellione, che hanno una conoscenza, dalla piazza al servizio d’ordine, dalla gestione di un’assemblea, al senso di un comunicato, dalla percezione dell’opinione pubblica al negoziato con le autorità. Quindi sono guai, perché il rischio di un movimento del genere è quello di finire nella pura e semplice demonizzazione». Ciò significa che non c’è alcun nesso tra questo movimento e il ’68. «I movimenti della fine anni Sessanta erano naturalmente, spontaneamente movimenti per il potere. Gli scontri con la polizia, le tensioni interne tra i gruppi, l’ostilità nei confronti dei sindacati e della sinistra istituzionale, l’odio antiaccademico, la polemica contro l’autoritarismo, la tendenza al collettivo, erano comunque tutti ricompresi dentro lo schema: quello di un movimento che chiedeva comunque più potere, più responsabilità, il grande mito della partecipazione. Mentre in questo caso non c’è niente di tutto ciò. E il cosiddetto nichilismo delle tute nere, cioè l’elemento astratto della devastazione e dello scontro, prima di una piattaforma, prima di un negoziato, prima di un qualsiasi ragionamento, confluisce nei fatti con l’impresa cosiddetta pacifica di cingere d’assedio la fortezza dei Grandi, forma quello schieramento demonizzante coloro che hanno i soldi, il potere, il benessere, trasforma in colpa ciò che invece è esercizio responsabile e democratico, trasfigura il potere legittimo in colpa morale. Per questo sono preoccupato». Vuoi dire che i governi dovrebbero aprire un dialogo con gli antiglobalisti? «Non c’è bisogno di nessun finto dialogo, né men che meno di una rincorsa demagogica, ma una comprensione intellettuale e politica quelle sì, ci vogliono. Siamo in una certa strana irrazionale congiuntura, quindi è necessaria organizzarla. Non ho la verità in tasca, ma sento che non sarà solo affare di cortei e di repressione, di Agnoletti e di ministri degli interni. Sono sintomi di un problema che va affrontato con strumenti politici più sofisticati, il principale dei quali per un governo di centrodestra è l’interlocuzione con l’opposizione».
Volete rispondere? Fate politica
Giuliano, adesso ti diranno che torna l’anima inciucista e anche un po’ comunista che è in te… «Senti, è ovvio che mantengo ben ferma la mia visione bipartisan e che quindi non sto parlando di inciuci, né di qualsivoglia compromissione politica. No, sto dicendo che c’è un elemento condiviso, anche se qualche volta si fa finta che non ci sia, tra governo e opposizione. La sinistra italiana, i suoi gruppi dirigenti, quel che ne resta, sanno perfettamente che le riunioni del G8 sono legittime, sanno che è giusto proteggerle, sanno che il movimento antiglobalista ha una naturale propensione a esprimersi nell’ideologia del vuoto, sanno che questa propensione che poi si esprime in piccole minoranze è in realtà sangue che circola in ampie zone giovanili, sanno che l’incomunicabilità tra governo e opposizione sulle questioni dell’ordine pubblico in una situazione delicata come quella che abbiamo avuto a Genova era una cosa che in Italia non succedeva dagli anni ’50, sanno che anche lì l’incomunicabilità venne affrontata attraverso regole non scritte, perché se sparavano a Togliatti l’Italia veniva messa a ferro e fuoco, ma contemporaneamente si sapeva che oltre un certo limite non si sarebbe andati. La sinistra sa tutto questo, dunque bisogna obbligarla, con una polemica motivata e argomentata, a stabilire un confine tra la legittima lotta politica contro il governo e la salvaguardia di alcuni principi condivisi della realtà. Se ricominciamo l’anno politico con le polemiche, le bastonature, le notti cilene, si brucia tutto il terreno intermedio. Dall’altra parte, dico da parte governativa, è chiaro che non si può affrontare il confronto con l’opposizione sociale seguendo il filo, solo in parte giustificabile nei giorni della guerra di Genova, del “ladri, spacciatori, criminali, cercatori di martirio, mascalzoni, nemici della città”. La sinistra rinunci alle blandizie e alla falsa umiltà; il governo metta in campo intelligenza e audacia politica. Solo Bush e Blair dicono la verità: la nostra politica è questa e finché ci siamo noi i mercati sono e saranno sempre più liberi. Volete rovesciare questa politica? Bene, partecipate alle elezioni e vincetele. Il resto è un film già visto».
Diffidate dei predicatori di bene. E lasciateci la moralità di Barney
Caro Giuliano, questo terrore del vuoto, ideologico, sociale, politico, sembra essere la nota dominate intorno a cui corre il tuo ragionamento. Ma quale risposta politica può riempire questo vuoto? «Capisco cosa vuoi dire. E infatti, l’unico modo di battersi contro questo stato di vuoto che apre il mondo delle procedure liberali, che non sono umanitarie, che non sono più tese ad affermare l’emancipazione e la signoria dell’uomo nel mondo, che sono legate alla circolazione del denaro, al coagularsi di interessi, alla circolazione infinita della notizie, insomma ciò che propriamente chiamiamo “globalizzazione”, è la rivalutazione dei limiti della politica e dell’importanza di una ricerca privata, individuale, comunitaria». Cosa vuoi dire, precisamente? «Voglio dire che se io sono un medico e curo le vittime e dedico a questa opera tutta la mia vita, questo devo poterlo fare lasciando la libertà ad altri, ricchi, poveri, egoisti, altruisti che siano, di cercare altrimenti altri orizzonti. Non devo cioè mai rendere le mie esperienze – penso ad esempio a quelle anche nobilissime, tipiche del volontariato cattolico – obbligatorie per tutti. Non devo esigere che le mie esperienze vengano poste in una dimensione per cui esse diventano ideologicamente obbligatorie nell’esistenza di tutto un popolo. Da questo punto di vista bisogna diffidare dai predicatori di bene. Questo movimento che sentiamo nell’aria, diciamo per semplificare, è figlio del buonismo, è un movimento delle buone intenzioni, un movimento senza malizia, un movimento senza sottintesi. Tu mi chiedi: come si fronteggia il vuoto? Beh, lo si fronteggia con una ricerca individuale che non implichi risposte valide per tutti. Per questo la prima politica è smantellare, svellere il fondo di umanitarismo illuminista che c’è nella nostra società». Fa parte della tua personale ricerca privata e, al tempo stesso di questa opera politica di smantellamento dell’umanitarismo illuminista, l’invenzione del Foglio del fenomeno Mordecai Richler? «Sì è l’incontro personale con un libro in cui c’è il paradigma dantesco dell’inferno, del purgatorio e del paradiso, l’incontro con donne, le tre di Barney Panovski che conducono l’eroe alla beatitudine dell’oblio e alla dimenticanza di sé. E c’è, soprattutto, lo straordinario paradigma di una storia che ti lascia in bocca il sapore dell’effimero, di un’esistenza che non va celebrata, perché l’uomo non va celebrato, non va ricordato a se stesso, non va messo sul piedistallo, sugli spalti e sotto riflettori della storia. L’uomo va ridimensionato. Non ci deve mai essere un irrigidimento morale. Vera moralità è comprendere il carattere effimero della vita umana. Il fatto che poi ogni esistenza, in fondo, finisce in una grande clinica di malati di Alzheimer, nell’oblio, nell’imprecisione, nel nulla. Padroni del nostro destino? Sì, ma fino a un certo punto. Quindi, riassumendo: se tu ti organizzi e ti scontri con la polizia perché vuoi delle cose o perché la pressione della tua epoca ti conduce a prendere parte al gioco della politica, dove ci sono buoni e cattivi maestri, vittime e carnefici, vabbé tutto ciò è spiegabile e fa parte del gioco. Ma se invece questa cosa è slegata dalla politica e invece si collega direttamente a un giudizio morale sul bene e sul male allora sono rischi pesanti. Dico che bisogna evitare questa spirale verso la morale. Bisogna introdurre un elemento di responsabilità, nel senso di saper distinguere tra la legittima aspirazione di cambiamento – anche forzando le procedure democratiche liberali, anche mettendosi in un dissenso radicalmente antagonista – aprire questi spazi e chiudere alla tendenza moralistica. Ciò vuol dire arricchire il privato delle persone, cioè la cultura. A che serve la cultura, se non a complicare la testa degli uomini? E poi c’è la religiosità, la fede…». A proposito, nella tua ricerca privata, non ti ha mai incuriosito l’esperienza religiosa, la sfida alla ragione illuministica da parte della rivelazione ebraica, la notizia di un certo Gesù… «Sì, però io non riesco mai a superare l’impaccio culturale. Per me sono sempre problemi di cultura, non riesco mai ad entrare in contatto in una forma più diretta, più personale. Mi incuriosisce. Però per me la Rivelazione è letteratura, e certo, letteratura sublime, la Bibbia, libro dei libri, evidenza, matrice… Sì, in quei dintorni c’è tutto. Questo lo sento. Però mai sono riuscito a pensare questi problemi con il cuore, mai».
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