Di che banche è fatto il potere
Guerra per banche, il nuovo libro di Lodovico Festa appena pubblicato da Boroli (224 pp., 14 euro), è un ritratto del potere italiano. Sintetico, semplice e soprattutto ben documentato (c’è anche una ricca rassegna stampa), perché a Festa non piacciono le dietrologie.
Passando dal crack Parmalat agli ultimi scontri su Antonveneta, Bnl e Rcs, l’editorialista del Giornale e commentatore di Tempi ricostruisce l’intreccio di interessi che forma l’establishment italiano. Un “piccolo” establishment, che nel suo complesso per Festa – fatta salva la sincera ammirazione dell’autore per le singole personalità dei suoi esponenti – ha avuto e avrà un ruolo negativo per il paese. È proprio quell’élite infatti l’unica vera beneficiaria di un sistema politico destabilizzato e di fatto in balia dell’asse banche-imprese-giornali-magistratura: privo di grandi visioni, in mancanza di un’effettiva potenza economica, un potere rachitico ha bisogno di non dover combattere per sopravvivere (e per continuare a farsi gli affari propri senza che la politica pretenda di ficcarci il naso). Dalla guerra Fazio-Tremonti alla competizione Geronzi-Bazoli, dallo scontro fra Mieli e D’Alema a quello fra Prodi e Berlusconi, dall’idealismo cinico di Guido Rossi al cinismo idealista di Rossi Guido, il libro di Festa ritrae in maniera molto efficace anche i singoli personaggi chiave della contesa italica. Insomma, Guerra per banche è un manuale indispensabile per capire cosa intendano i montezemoli quando chiedono alla politica di restare nel mondo delle idee.
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