Di che pasta son fatti i trevigiani al dente

Di Manes Enzo
31 Agosto 2006
Storia della famiglia Bragagnolo e di un'impresa che non si arrese ai soprusi del dittatore Tito

E bravo il bisnonno. Cala a Napoli, ammira sì il golfo, il mare, i vicoli, le piazze e le voci di quella città. Ma s’innamora d’altro. Lo cattura un alimento semplice, perciò nobile assai, che dà il meglio di sé quando cede volentieri alle carezze della pummarola. Per lui la scoperta degli spaghetti vale quella dell’America. Risale lo stivale, torna a casa. Nel suo trevigiano. E si mette in azione. Così nel 1898 Emanuele Bragagnolo apre un pastificio artigianale. Mettendo le mani in pasta, alla lettera. Un’intuizione bella e buona, divenuta bottega, cosa concreta. «Oggi siamo alla quarta generazione dei Bragagnolo, l’azienda ha agguantato traguardi allora neppure immaginabili. Però i valori di fondo sono sempre quelli. Le persone che sono qui e quelle che ci sono passate hanno fatto storia e tradizione. Mi piace pensare che ogni singolo elemento di questa struttura è importante in egual misura». Dal 1997 Furio Bragagnolo è il presidente di Pasta Zara. Una realtà che nel 2005 ha realizzato 130 milioni di euro di fatturato. In crescita ogni anno, praticamente da sempre. E per andare subito al sodo, dice che Pasta Zara è il secondo produttore italiano e il primo nell’esportazione. «Il 95 per cento della nostra produzione finisce sulle tavole di 87 paesi. In Europa e nel mondo. Anche in quello più lontano, come la Cina. Il paese del riso apprezza molto la pasta. Una pasta evidentemente di qualità, di semola di grano duro», sorride il presidente e fa bene a farlo visti i risultati. Ma la qualità la si raggiunge e mantiene nel tempo investendo senza stancarsi mai. In risorse umane e tecnologia. Ah, benedetto Nordest più forte delle solite malelingue. Pasta Zara svetta, riassume il signor Bragagnolo, seguendo passo passo cinque punti fermi. Che sono: la selezione rigorosa della semola di grano duro impiegata per verificare che non vi sia nella materia prima traccia di organismi geneticamente modificati; impianti che consentono di realizzare prodotti genuini che racchiudano in sé l’antica saggezza artigianale e la moderna tecnologia; la massima attenzione nei confronti dell’ambiente lavorativo con aggiornamenti e verifiche periodiche; la valutazione costante degli aspetti e degli effetti ambientali dei prodotti e dei processi produttivi; l’efficienza logistica e dei tempi di consegna per assicurare la puntualità del servizio. «Questo processo di qualità e il programma di controlli interni sono legittimati dalle certificazioni. Pasta Zara ne ha ottenuti numerosi dai più noti enti certificatori a livello internazionale. Ricordo il certificato Iso a Vision, il rigidissimo standard del British Retail Consortium e l’Uni 11020 che certifica il sistema di tracciabilità e rintracciabilità. Infine, la correttezza comportamentale per raggiungere la qualità totale, ci ha consentito di ottenere la certificazione Iso 14001 relativa alla gestione del sistema ambiente», precisa.

La rivincita del clan
Prima parlavamo della grande idea e della testa imprenditoriale del bisnonno. A suo figlio Umberto tocca il compito di dare la prima svolta. Siamo nel 1918. Da laboratorio artigianale si passa a realtà industriale a tutti gli effetti. E dodici anni dopo il Pastificio Elettrico Bragagnolo, nome tra il pittoresco e il romantico, sposta la sede da Villarazzo a Castelfranco Veneto. «Un passaggio significativo, perché stava ad indicare una precisa strategia. L’azienda voleva crescere e per farlo doveva investire su uomini e macchinari. Così la nuova fabbrica e l’incremento notevole della produzione. Si può dire che si era diventati adulti nel segno di una storia piena di significati», parole di Furio Bragagnolo. Nel frattempo, proprio perché non si riesce a tenere dietro la crescita, si decide di costruire una seconda unità produttiva in Dalmazia, a Zara, che allora era territorio italiano. «Alla fine della Seconda guerra mondiale, il regime comunista di Tito confisca l’azienda. Per la famiglia fu una decisione atroce da accettare. Umberto Bragagnolo è costretto ad abbandonare Zara e quello che vi aveva costruito e che aveva rappresentato un punto di vitalità e di orgoglio per la città. Tuttavia i Bragagnolo, gente tosta, non si sono fermati». Il dopoguerra, stagione densa di aspettative, di voglia di costruire per sé e per l’Italia, offre alla famiglia l’occasione di riprendersi dalla terribile esperienza. Nel 1950 lo stabilimento di Castelfranco Veneto viene ampliato. Il timone intanto è passato nelle mani di Franco Bragagnolo. Che ha il grande merito di individuare nell’esportazione della pasta il salto decisivo per l’azienda. «Mio padre era convinto, e a ragione, che all’estero sarebbe aumentato enormemente il consumo di pasta e che quindi fosse opportuno iniziare a presidiare per tempo quei mercati. Si era nel 1958 e la sua scelta fu davvero azzeccata. Quando si dice di un imprenditore lungimirante ebbene credo che questo sia il caso di Franco Bragagnolo». La domanda infatti aumenta giorno dopo giorno. Il solo stabilimento di Castelfranco, dopo lo scippo di Tito, non può farcela. «Franco Bragagnolo allora decide di concentrare tutte le attività in un nuova fabbrica che viene costruita a Riese Pio X, sempre nel trevigiano, sempre a casa nostra». Approfittando della novità, si decide di cambiare nome all’azienda. «Da Pastificio Bragagnolo a Pasta Zara. Occorreva un modo concreto, scritto, per riscattare quella vicenda dolorosa. Chiamare Zara l’impresa di famiglia significava molto, anche un richiamo a qualcosa di importante che era nato, che prosperava e che ci era stato tolto ingiustamente. Ma mi spingo a dire strappato ingiustamente pure alla città».
Pasta Zara gira il mondo. Cotta al punto giusto. In azienda si assume più responsabilità la quarta generazione della famiglia Bragagnolo. Con il signor Furio, ecco il fratello Umberto e le sorelle Arianna e Franca: «Umberto si occupa della direzione tecnica, Arianna segue il commerciale dei Paesi dell’est, Franca agisce nel marketing». E siamo al 2002. In quell’anno sorge un secondo stabilimento dell’azienda, denominato Pasta Zara 2, a Muggia, alle porte di Trieste. «Potevamo costruire la nuova azienda all’estero, nel nostro caso in Slovenia che è ad un passo, come fanno altri anche del nostro settore con piani di delocalizzazione spinta. Noi invece abbiamo voluto costruire in Italia per affermare che il made in Italy è un valore, un patrimonio che è molto apprezzato all’estero. E siccome Pasta Zara ha deciso di puntare tantissimo sull’esportazione, non potevamo certo fare marcia indietro rispetto alla nostra identità, al nostro valore aggiunto», detta Bragagnolo.
Lo stabilimento di Muggia è venuto in piedi in appena due anni. è sempre in funzione, diciamo per 362 giorni l’anno. Quello di Riese Pio X per 292. In tutto sono all’opera circa 250 persone. Bragagnolo parla volentieri delle due unità produttive: «A Riese Pio X sono in funzione otto linee che producono pasta lunga, corta e a nido, capaci di sfornare ogni giorno la bellezza di 420 tonnellate di pasta. A Muggia è stata appena inserita una nuova linea di pasta corta che porta a quattro le linee produttive lì disponibili. Pasta Zara 2 è oggi capace di sfornare 480 tonnellate di pasta». La somma la facciamo noi: Pasta Zara significa una produzione di circa 900 tonnellate al dì. E 200 mila tonnellate l’anno. Chissà come sarà contento il bisnonno Emanuele.
In dieci anni l’azienda ha visto più che raddoppiate le vendite. E il mercato interno? «Il fatto che siamo i numeri uno nell’export non deve far pensare che l’Italia non ci interessi. Nel 2005 abbiamo distribuito sul mercato italiano quasi 12 mila tonnellate di pasta. E intendiamo crescere. Abbiamo accordi con alcune insegne della grande distribuzione e altri ne stiamo siglando. Oggi possiamo offrire 3 marchi al mercato. Zara per la cosiddetta fascia medio-medio alta. Gondola e Del Castello per i mercati che si definiscono più combattivi». Insomma, Pasta Zara funziona. Questo è possibile solo confrontandosi al meglio con un mercato globale che dimostra una forte domanda verso l’italian concept. E se, prima di tutto, gira per il verso giusto l’imprenditore. «è una gran bella avventura quella della famiglia Brugagnolo. Non sa quanto mi riempie di soddisfazione mettermi ogni giorno in gioco per questa azienda. Che vuol dire investire per creare sempre soluzioni competitive, generare occupazione e quindi benessere sociale. Per ciò che posso mi piace comunicare che ciascuno è impegnato a realizzare un prodotto non banale come la pasta. Un alimento che avvicina tutti. Che trasmette cultura. Che incontra il mondo. E che si confronta e si sposa con le materie prime di ciascun paese. Anche per queste ragioni Pasta Zara non può permettersi prodotti di scarsa qualità. La qualità è tutto. Perché è il volto più bello, rassicurante e convincente del made in Italy. Che dà ragione agli sforzi dell’imprenditore», tutto d’un fiato il presidente.

Nel buon nome dei maccheroni
Ecco allora alcune partnership eccellenti. Come quella rinnovata per quattro anni con la Nazionale Italiana Cuochi. Durante tutte le manifestazioni nazionali e internazionali della Nazionale, la pasta utilizzata è quella dell’azienda dei Brugagnolo. Un sodalizio che fa bene alla divulgazione della cucina italiana a livello internazionale. «Significativa la trasferta in Brasile per la promozione della pasta italiana. Una tournée che ha toccato le principali cittadine dello Stato di Santa Caterina e che ha permesso di organizzare una serie di degustazioni e corsi di cucina presso una nota catena di supermercati nei centri di Joinville, Curitiba e Florianopolis, per terminare con un gran galà per 600 persone, rigorosamente a base di pasta, all’ipermercato di Criciuma».
Tutto concorre al buon nome di Pasta Zara. Un’azienda ben al di sotto della soglia dei 500 dipendenti e che perciò sta,e sta bene nell’arcipelago delle Pmi. Un’impresa che fa e che assume. Come dice il presidente, «nel nostro territorio Pasta Zara è vissuta a ragione come un’azienda in salute. E infatti molti giovani presentano domanda per essere assunti. Perché sanno che Zara è un’azienda che assume, che investe, che vuole crescere lanciando nuovi prodotti anche per mercati specifici, come quelli che ad esempio preferiscono la pasta integrale. Oppure tenendo conto dell’importanza che i bambini si nutrano con pasta di qualità. Per loro abbiamo proposto la linea ‘Le fantasie’. Si tratta di pasta a forma di animaletti, macchinette, spighe, trottole. Un modo per venire incontro alle mamme che spesso faticano a far mangiare la pasta ai figli».

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