Di uno sciopero senza gioia. E dei cappelli di uno statista alle prugne

Di Tempi
23 Ottobre 2003
Gli scioperi possono essere sbagliati, qualche volta addirittura catastrofici

Gli scioperi possono essere sbagliati, qualche volta addirittura catastrofici. Ma naturalmente possono essere sacrosanti. Senza scioperi la nostra civiltà sarebbe non solo meno giusta ma anche meno ricca. Un po’ di scioperi di operai cinesi (se potessero farli) servirebbero non solo a loro, ma anche alla loro nazione. E anche alla nostra che potrebbe contare su ragioni di scambio meno inaccettabili.
Uno sciopero, spesso, anche se magari sbagliato, è fonte di sentimenti di una certa felicità per chi lo fa: certo, si perdono soldi astenendosi dal lavoro, ma si acquista in speranza e in solidarietà. Non tutti sono politicamente matti come Fausto Bertinotti (peraltro un politico che ci piace perché sarà matto ma non ha una mentalità totalitaristica tipo Luciano Violante): il segretario di Rifondazione dice che lui promuove le lotte perché si diverte. Non tutti saranno così matti, ma la solidarietà, e la calda sensazione di non essere soli che questa provoca, in uno sciopero è spesso un sentimento diffuso e reale.
Detto questo, lo sciopero in programma domani, venerdì 24 ottobre, è uno sciopero senza gioia e lo si avverte parlando sui luoghi di lavoro con chi deve farlo.
Non gioiscono i lavoratori che devono andare in pensione a breve scadenza: ci andranno, i provvedimenti del governo scattano dal 2008. Non gioiscono quelli che non andranno in pensione a 57 anni dopo il 2008: sapevano che un sistema in cui si vive sempre più a lungo non poteva reggere i livelli di età pensionabile fissati dalla riforma Dini. In realtà si vergognano un po’ a protestare per una misura inevitabile. Non gioiscono i giovani lavoratori sacrificati dal sindacato dei garantiti con la riforma Dini, sanno che devono costruirsi comunque una pensione integrativa. Non gioisce la Cisl che stava definendo il percorso di un sindacalismo associativo non conflittuale e non sa gestire questa situazione in parte determinata da un governo che ha litigato troppo questa estate ed è arrivato in ritardo alle consultazioni con le parti sociali, in parte dai problemi interni al sindacato cattolico che ne paralizzano l’iniziativa. Non gioisce la Cgil sempre più perplessa per la guida del suo nocchiero Guglielmo Epifani che un momento sterza a destra per isolare la sinistra interna, un momento a sinistra per isolare la destra interna. Risultato: nessuna linea e un grande mal di mare. Forse un po’ di più gioisce la Uil che si appresta a gestire da posizioni di ragionevolezza la fase post sciopero: ma sarà un lavoro difficile. Non gioiscono Margherita e Ds: certo la riforma delle pensioni toglie un bel macigno dal percorso di un eventuale prossimo governo di centrosinistra. Ma prima bisogna vincere le elezioni e queste si vincono se si propone qualche idea chiara al Paese. Ora se lo sciopero va bene, il centrosinistra si troverà con un’ala radicale interna galvanizzata e fare un programma unico con Rifondazione sarà assai più difficile. Se lo sciopero andrà male, il centrosinistra che ha borbottato solo qualche ideuzza sulla riforma sarà in gravi difficoltà verso la maggioranza di governo, dimostratasi coraggiosa e di successo.
In particolare difficoltà si trova, poi, Romano Prodi e la sua faccetta sempre più da prugna secca e sempre meno mortadella ridente (il che gli portava voti) lo dimostra. Non bastano le varie grane dei passati più o meno prossimi (da Eurostat ad Arafat, per non parlare di Telekom Serbia), il professore emiliano si trova in grande imbarazzo. Un momento indossa il cappello di presidente della Commissione europea e attacca Silvio Berlusconi perché osa poco sulle pensioni. Poi, indossa il cappello da candidato premier dell’Ulivo e attacca il centrodestra perché non cura la coesione sociale. Un politico, si sa, non può non avere qualche margine di ambiguità. Ma la carta che più usa Prodi nei confronti di Berlusconi è quella di essere uno statista contrapposto a un dilettante. Presentarsi come statisti dà spesso un certo vantaggio, ma impone anche dei vincoli. A un politico (e a un dilettante) si perdonano molte più cose che a uno che la mena anche da statista.
Postprodianus

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