Diario di un volontario ventenne a Loreto
I volontari arrivano a Loreto. Davanti le tende blu del ministero degli Interni. L’accampamento è a duecento metri dal palcoscenico dell’evento. Nel “Villaggio” l’accoglienza è generosa: tanti sorrisi. Ci si dice “buongiorno” e “benvenuto” e ci si dà la mano. Poche le regole: ricordarsi del rispetto della dignità umana, non far uscire dalla bocca alcuna “parola cattiva” e fare la raccolta differenziata. A fianco del confessionale e del crocifisso, davanti alla sala da pranzo, le file dei bidoni della spazzatura. Umido, plastica, secco vario. I tappi in un cestino a parte. Ci costruiscono carrozzelle per i “diversamente abili”. Come metafora delle tre giornate dell’Agorà dei giovani, l’accampamento è prima di tutto luogo del riciclaggio. Gli avvisi serali incentrati su bustine, sacchetti e pulizie. Il riciclaggio è il “vagliate tutto e trattenete ciò che vale” di san Paolo, travisato, ribaltato dalla prerogativa che ogni cosa è buona per la causa, anche l’idiozia. Al valore si sostituisce l’utilità e, per buoni scopi e per Gesù, la verità la si può mettere da parte (per cui capita che si va a leggere l’etichetta della cerata blu, cento per cento plastica riciclata, “made in China”. Poi la verità sulla Cina la conoscono tutti. Ma è lo stesso, perlomeno non è una multinazionale). La propaganda cattolica funziona come tutte le altre. Ma le altre funzionano meglio perché non hanno verità millenarie da difendere. E qui la verità si deve difendere dalla propaganda dei suoi seguaci. Tra le “fontane di luce”, gli otto salotti di riunione, meditazione, al centro della piana, l’Eucarestia fa da spola all’ecologismo, al dialogo e all’ascolto. La presenza del Cristo sull’altare è un tema. Un tema come gli altri. Gli “animatori” impartiscono la lezione ai partecipanti, tutti seduti, in democrazia e umiltà, su delle balle di fieno. Da una parte si prega, davanti il pane di vita, da un’altra lo psicologo analizza il vuoto interiore del paziente, a fianco si studia la macchina dell’ingegnere “C”, un armadio di ferro lungo e largo tre metri per tre, che grazie all’energia solare produce acqua corrente e riesce ad azionare il rubinetto di una fontana. La propaganda cattolica fa riciclaggio di tutto ciò che è “in”, tentando di trasformarlo in qualcosa di utile. E ogni cosa può servire, anche l’idiozia. Così mentre il Papa chiede di andare controcorrente, parte della Chiesa si mescola al pastone malmostoso e melenso del “buono” e accoglie il suo messaggio sbandierando sul palco le letterine “pace” e “amore” tra arcobaleni e cuoricini rossi. Ci sono preti, frati, suore che per conquistare il cuore dei giovani hanno bisogno della mondanità, degli psicoterapeuti e delle elaborate macchine ecologiste. Suoni, abbracci, luci, carezze, interiorità e meditazione, sognare ad occhi aperti, questa è la cattolica propaganda. I fuochi d’artificio colorano la notte del sentimento e delle impressioni. Siamo tutti buoni. Nella fontana della riconciliazione il peccato se lo si nomina non è mai quello che è, perché da quando certe cose le si può dire davanti a tutti, il peccato smette di essere. Non esiste più nulla di cupo e di spaventoso. Dentro di noi, i buoni dell’Agorà, solo “cattive azioni, cattive parole, cattive intenzioni”. Puttanate. L’unico vero peccato, che rimane tale, è la violenza. Cioè la violenza degli altri. “La violenza dei fucili”, “la violenza delle parole”, “la violenza soprafattrice della dignità umana”. Se la Chiesa non ha altro d’interessante da dire la Chiesa è un fallimento. In un mondo senza violenza non c’è posto per Dio. E per fortuna il suono mielato del sogno è tutto quello che ci si può permettere, perché solo nel sogno non si ha che fare con la violenza, cioè con la realtà, cioè con la carne e le sue malattie. Solo chi sogna può permettersi di credere alle buone intenzioni. Chi sogna ha smesso di cercare la verità. Anche i preti hanno smesso? Hanno smesso di domandarsi la ragione per cui agiscono? Hanno smesso di dirsi: fino a che punto? Certi preti dimenticano che il sogno del comunismo si tramutò nell’inferno del gulag, della povertà, dei processi sommari. Ma la Chiesa è grande e i giovani acerbi sono meno cretini dei loro preti. Accade che a volte sia la carne a salvare l’uomo dalla degenerazione dello spirito. Il sudore, il sangue, la fatica, lo sporco in cui ci troviamo a destarci dal palcoscenico dei sogni, alla realtà che ci circonda. Non bastano le buone intenzioni degli organizzatori, le tante parole che sono sfilate sui giornali riguardo alla “Woodstock cattolica”, a fare dei giovani e della piana di Montorso l’esempio del dialogo e del riciclato. Nei due giorni passati nella stretta comunanza non si è riusciti facilmente a trovare sfogo alle impellenze della propria condizione. E vista la carenza di cessi i giovani dell’Agorà non si sono fatti molti scrupoli nel pisciare sull’erba del prossimo. Non sono bastati i fuochi fatui del palcoscenico, la solita nota retorica sul domani migliore, a riempire gli stomaci vuoti di chi ha pagato per il cibo che non ha avuto. “Strada facendo” i giovani amici dell’Agorà non sognavano più. Il paradiso terreno non ha voce nella tendopoli assediata dal caldo e dalla sete. E la piazza è sempre più incazzata di prima. Non bastava la fila, la ressa, la mancanza di pane, di acqua, di cessi. “Pure con sto riciclaggio! E dacce da magnà!”. Se non ci fosse stata la carne, sarebbe stato il nulla. Nella peggiore delle baraccopoli, nel mare infinito del banale, tra insulti e scenate, tra animatori e balle di fieno, nella peggiore ipocrisia farisaica di bontà, mentre la gente stipata odiava i suoi “amici”, anche loro calpestati, stretti, senza cibo e senza cessi, mentre preti e suore urlavano “vergogna, vergogna” ai volontari, il luogo del sogno, è diventato vivo e umano, stracolmo di rifiuti e di male. Alla fine la rivincita di san Paolo: è valso quello che doveva valere, il peccato, il Papa e l’Eucarestia.
Francesco Amicone
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