Dieu bénisse l’Amérique

Di Pace Lanfranco
19 Aprile 2007
L'inedito atlantismo di Sarkozy è fatto di Hemingway e di John Wayne. Ma soprattutto di quel sano buonsenso che a Parigi è sempre mancato (e anche a Washington)

Pubblichiamo una anticipazione del libro Nicolas Sarkozy. L’ultimo gollista scritto da Lanfranco Pace, corsivista del Foglio e di Otto e mezzo con alle spalle 13 anni di servizio a Libération. Il volume, edito da Boroli, è in libreria da oggi, 19 aprile.

<La questione americana, Sarkozy la vede così: «Ecco un paese che una parte delle nostre élite detesta quasi per mestiere o quanto meno critica in modo caricaturale. Si dà il caso che sia una nazione con cui non siamo mai stati in guerra, cosa abbastanza rara; che nella storia recente è venuta ad aiutarci, difenderci, liberarci due volte; con la quale abbiamo in comune un sistema di valori democratici. Un paese il cui stile di vita, le cui passioni sono quelli che i nostri figli sognano per loro stessi. Inoltre si tratta della prima potenza economica, monetaria e militare del mondo. Frequentiamo lo stesso oceano. Non ci vuole un grande stratega per capire che è nostro interesse avere con questo paese le migliori relazioni possibili». Sono parole di buon senso, persino banali. Ma non le direbbe nessuno, non le direbbero Chirac né Bayrou né Royal. Non le direbbero i gollisti, né la sinistra che ama invece l'altra America, tormentata, nevrotica e perdente. Persino un atlantista convinto come François Mitterrand usò toni molto più sfumati in occasione della storica commemorazione del cinquantesimo anniversario dello sbarco in Normandia. (.) La Francia non ama l'America. Alle migliaia di soldati americani caduti, alle tombe allineate nei cimiteri della costa atlantica, hanno sovrapposto l'immagine di de Gaulle e Leclerc che liberano Parigi scendendo trionfalmente i Champs Elysées. La rimozione è stata il prezzo da pagare per il ritorno alla grandezza nazionale.
Il fatto che Sarkozy abbia poi difeso le scelte di Chirac sull’Iraq, criticato l’approccio unilaterale degli Stati Uniti o rivendicato per la Francia il diritto di critica e di autonomia, procedendo a zig-zag per tutta la campagna, è comprensibile e irrilevante. Conta invece che abbia rotto il tabù, che abbia voluto correre il rischio di essere visto come «l’americano», che è un po’ l’insulto supremo.
È una relazione amorosa quella che Sarkozy intrattiene con l’America. Immediata, spontanea come può esserlo quella di un cinquantenne che ha vissuto le prime emozioni in jeans, ascoltando musica rock, vedendo film o leggendo romanzi americani. È la sensazione di libertà e familiarità che conoscono tutti coloro che appartengono alla sua generazione, a chi è nato subito dopo la fine della guerra. La sua America non è quella della beat generation, di Kerouac, di Easy Rider, di Berkeley o delle manifestazioni pacifiste contro la guerra nel Vietnam. È quella di Hemingway, lo scrittore che ama di più, come disse un giorno a Mitterrand che lo tenne inchiodato un’ora a parlare di letteratura come se gli stesse facendo un esame. Di John Wayne e di Disney. Fa quasi tenerezza quando dice che gli piacciono quei parchi di divertimento dove «non c’è mai nulla di volgare e a ogni secondo ci si imbatte in qualche cosa di meraviglioso ». È il paese positivo e ottimista, di cui ammira «la fluidità, il flusso vitale». E in cui va volentieri. Per fare cose serie, incontrare quelli che contano o prendere spunti e idee, ma anche per fare il gigione in maniche di camicia, cosa che gli riesce benissimo, nonostante parli un inglese così e così.
Nell’ottobre 2004 tiene un discorso alla Columbia University davanti a centinaia di studenti: «I francesi amano gli americani, il sogno delle famiglie francesi è che i figli vadano a studiare nelle università americane. Quando andiamo al cinema è per vedere film americani. Quando accendiamo la radio è per ascoltare musica americana. Noi amiamo gli Stati Uniti. Non dovete pensare che il mondo vi sia ostile. Il mondo vi ammira, il mondo vi rispetta». Poi il commiato: «Se capitate in Francia passate a trovarmi, basta chiedere, chiunque vi dirà dove trovarmi».
L’ultima volta c’è andato nel settembre 2006. A New York, ufficialmente per partecipare alle cerimonie di commemorazione degli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, anche se non l’ha invitato nessuno, né la Casa Bianca né la città di New York. In via ufficiosa, per fare il suo road show, farsi riconoscere come presidente credibile e farsi ricevere da Bush. Nel suo entourage non tutti sono d’accordo con l’iniziativa, qualcuno gli fa gli esempi di Blair, Aznar e Berlusconi per ricordargli che chi s’avvicina troppo a Bush prende la scossa. Sarkozy risponde che correrà il rischio.
Il 10 settembre con la moglie Cécilia partecipa a una cena privata con una cinquantina di banchieri, finanzieri, giornalisti e intellettuali radunati dall’ex ambasciatore americano a Parigi, Félix Rohatyn, suo amico e fervente sostenitore. Promette che se sarà eletto imprimerà una svolta decisiva alle relazioni con gli Stati Uniti, si ferma a parlare a ogni tavolo e chiede che le sue dichiarazioni restino confidenziali.
Mentre Sarkozy passa all’esame di Wall Street, i giornalisti francesi al seguito si stravaccano in un bar. Il barman sente che non sono americani e si informa: «Ah, Sarkozy, l’ungherese che vuole diventare presidente lì da voi ed è un problema per Chirac che gli ha sempre preferito Juppé e lo ha nominato capo della polizia per fregarlo e poi gli ha mandato contro de Villepin, se non che ogni volta lui se la cava bene e ora è Chirac che è in trappola. È quello là?». I giornalisti sono basiti: lo sono ancora di più quando scopriranno che non parla una parola di francese, non legge nessun quotidiano né americano né straniero, in televisione vede solo lo sport.

La rottura con Chirac e Villepin
Forse è una leggenda del sarkozismo ma se così non fosse, se fosse vero, vorrebbe dire che gli americani non hanno affatto dimenticato the «F» country, il fottuto paese che non volle o non seppe capire, espresse solidarietà di circostanza e si mise a scalciare proprio quando il grande paese era piegato dal dolore. Si vedeva a occhio nudo che il dissenso della Francia non aveva nulla di fraterno, che era dettato solo dal disprezzo. Con Chirac che diceva agli altri leader europei che in fondo gli americani sono dei cretini, che con loro è facile fare la scelta giusta, basta fare il contrario di quello che dicono. Mentre de Villepin si fingeva amico di Colin Powell per meglio attirarlo in una micidiale trappola diplomatica, con il solo scopo di umiliarlo e fargli pure la lezione dalla tribuna delle Nazioni Unite, tra applausi scroscianti, dall’alto della storia millenaria del vecchio paese di quel vecchio continente che è l’Europa, come se vecchiaia dovesse per forza coincidere con saggezza.
Forse, allora Sarkozy ha avuto davvero ragione a fare questo viaggio. L’onda francofoba non è rifluita ed è pure bella profonda, se ha coinvolto non solo gli editorialisti del Post o del New York Times ma anche un barman giovane e vispo che aspetta ancora di togliersi qualche soddisfazione e allora si mette a tifare per il nemico dei suoi nemici.
L’11 settembre Sarkozy assiste alla Messa organizzata dall’Ente del porto di New York da cui dipendevano le Twin Towers, rimette le onorificenze ai pompieri della caserma dell’VIII Avenue che ha subìto le perdite più pesanti, prende sotto braccio un ragazzo il cui padre morì quel giorno tra le fiamme, gridando: «Siamo tutti cittadini di New York».
Dalle élite, che è opportuno incontrare nella discrezione, al pubblico, che invece deve essere colpito nel cuore e raggiunto attraverso le telecamere: «Gli americani sono sensibili ai gesti simbolici, il fatto di essere un grande popolo non impedisce la dimensione affettiva».
Il 12 settembre Sarkozy si sposta a Wa-shington. La mattina deve parlare alla French American Foundation di fronte a un pubblico scelto di diplomatici. Sarà uno dei discorsi più importanti della campagna, in cui ribadisce l’opposizione all’ingresso della Turchia in Europa, critica la reticenza degli Stati Uniti sulle politiche ambientali e difende l’approccio multipolare sulle questioni internazionali. Ma sono le uniche differenze, su tutto il resto l’analisi coincide con quella dell’amministrazione americana. Non solo: è in questa occasione che spara a zero contro l’arroganza e la prosopopea della politica estera francese, con chiare allusioni allo spettacolo offerto da de Villepin alla tribuna delle Nazioni Unite.
L’incontro con Bush è fissato alle 13 e 15. L’accordo raggiunto sul protocollo prevedeva che non sarebbe avvenuto nella sala ovale, ma nella stanza adiacente, che Sarkozy avrebbe incontrato alle 13 Stephen Hadley, lo “sherpa” del presidente, e che Bush sarebbe arrivato un quarto d’ora dopo. In realtà pare che il presidente americano dia all’incontro più importanza del previsto. Ha chiesto all’ambasciatore a Parigi di parteciparvi e arriva alle 13 in punto. Il colloquio di mezz’ora è, secondo le indiscrezioni, positivo. Ai giornalisti Sarkozy dice che Bush è un uomo diretto e leale e che è stato importante incontrarlo: «Che cosa ci separa? Che lui è stato eletto due volte presidente degli Stati Uniti».

E com’è che sembra alto come Bush?
Chirac ovviamente va su tutte le furie, non solo perché Sarkozy gli ha rubato la scena e si è addirittura permesso di violare uno dei domini riservati, ma si è anche mostrato fin troppo arrendevole con gli americani. Qualche giorno dopo è Chirac che deve andare a New York per parlare all’Assemblea generale dell’Onu. Prima di partire devia verso una nota stazione radio dove si fa intervistare, giusto per sculacciare il povero Sarkozy. Dice che le relazioni con gli Stati Uniti sono soddisfacenti ma che non possono essere relazioni di subalternità. Poi butta là che Bush gli ha chiesto di andare a trovarlo alla Casa Bianca dove sarà ricevuto nella sala ovale per parlare, testuale, di «affari della massima importanza».
La piccola vendetta del capoclasse passa inosservata. Anche perché sulla bocca del tout Paris, il gran mondo parigino, c’è una sola inquietante domanda: nella foto ufficiale dell’incontro alla Casa Bianca, come diavolo ha fatto il «nano» a sembrare alto esattamente come Bush?
Da un netto miglioramento di clima con gli Stati Uniti discenderebbe anche un cambiamento in Europa. Secondo Sarkozy il rapporto con la Germania è importante, ma anche quelli con Gran Bretagna, Spagna e Polonia, paesi comparabili per peso economico e demografico, lo sono. Non si può essere multipolari nel mondo e unilaterali in Europa come fece Chirac al vertice di Nizza, quando disse ai paesi piccoli di starsene zitti e buoni. Poi sarebbe tempo di imporre tutt’altra etica nelle relazioni internazionali, di smetterla con la ributtante abitudine di chiudere gli occhi di fronte alle dittature più sanguinarie, di fare sorrisi e moine solo per ottenere una firma sotto un contratto. Anche perché non è affatto vero che mantenere una certa libertà di critica faccia perdere soldi, anzi: non c’è incontro al vertice in cui Bush non chieda a russi e cinesi spiegazioni sulla lentezza del processo democratico e sulle sanguinose repressioni, eppure non risulta che le imprese americane siano penalizzate.
Per la prima volta in Europa, dunque, un leader autorevole dice che non è vero che i soldi non hanno odore: spesso ce
l’hanno e anche nauseabondo. Essere stati carini con Saddam Hussein per vendergli delle armi non è servito né a lui né a Chirac né alla Francia. Mandare de Villepin a Mosca per consegnare una qualche onorificenza a Putin è particolarmente ributtante.

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