Dilaga il colera nel Nord Uganda. Avsi alle prese con la nuova piaga

Di Frigerio Valentina
22 Giugno 2006

Pietro l’aveva detto, qualche mese fa, scendendo dalla 4×4 di Avsi, l’agenzia per cui lavora, di ritorno dal Sudan: «Il colera è vicino. In Sudan ha già ucciso più di cinquecento persone. Ci vuole poco perché arrivi anche in Nord Uganda». Prevenire l’espandersi di un’epidemia come il colera, che si trasmette per via orofecale, tuttavia, non è cosa facile. Soprattutto in una regione in cui quasi 2 milioni di persone (il 90 per cento degli acholi) da più di tre anni sono costrette, a causa del conflitto tra i ribelli dell’Esercito di Liberazione del Signore e il governo, a vivere in campi sfollati, in condizioni igieniche disastrose, senza acqua né servizi sanitari adeguati. Infatti è andata come prevedeva Pietro. Aprile è periodo di commercio di mucche, al confine tra Sudan e Uganda. Vi partecipano circa 2 mila persone. Strette di mano, scambi di banconote, condivisione dei piatti, dei bicchieri. Basta poco. Il 16 aprile il primo caso di colera raggiunge il centro sanitario del campo sfollati di Agoro, nell’estermo nord del paese. Altri dieci giorni e i casi sono più di 100. Il centro sanitario fatica a contenerli. Ed è difficile contenere le persone, che muovendosi da un campo all’altro portano con sé la malattia. Nel giro di un mese i casi raggiungono quota 488. Nove i campi colpiti.
Il distretto di Kitgum, per far fronte all’emergenza, si coordina quotidianamente con il ministero della Sanità ugandese, le agenzie dell’Onu e le ong presenti. Avsi opera a Kitgum da 22 anni. È l’agenzia con la maggiore esperienza sul campo. Viene richiesto il suo intervento nel campo di Kitgum Matidi. «Dopo una valutazione delle strutture e dei servizi che il centro sanitario di Kitgum Matidi poteva offrire, in collaborazione con il distretto e Unicef, Avsi in due giorni ha costruito e reso funzionante un Centro di trattamento del colera (Ctc) per accogliere i casi sospetti», racconta Chiara Pierotti, infettivologa e responsabile Avsi a Kitgum. «Il centro è stato attrezzato con tendoni che fungono da stanze, letti ad hoc, la permanenza dei casi più gravi, servizi igienici e sanitari adeguati, anche grazie all’aiuto dei cleaners, figure assunte e istruite per l’occasione, responsabili della disinfezione e della pulizia, fase fondamentale per fermare l’espansione dell’epidemia». Non esiste infatti una vera e propria cura per il colera. Si muore fondamentalmente per disidratazione. È necessario quindi intervenire velocemente attraverso la somministrazione di fluidi tramite flebo. Evitando contatti diretti con il malato, soprattutto se non ancora isolato nel centro. «L’intervento non si è limitato all’organizzazione del Ctc», spiega Massimo Fusato, responsabile Water & Sanitation per Avsi a Kitgum. «Nei campi del distretto in cui Avsi lavora (oltre a Kitgum Matidi, Oryang, Lagoro, Omiya Anyima, Namokora, Orom e Akilok) sono state organizzate campagne di sensibilizzazione sull’igiene nella comunità e nelle scuole, distribuito sapone alle famiglie e carriole per il trasporto dei rifiuti solidi, installate latrine temporanee, clorato le fonti d’acqua contaminate. Il tutto per aumentare la qualità delle condizioni igieniche all’interno dei campi e prevenire la trasmissione del colera».
Dopo due mesi dal primo contagio registrato, i casi di colera confermati sono saliti a 727, in 11 campi sfollati. Un tasso di infezione dello 0,2 per cento e una mortalità dell’1,4 (11 vittime).

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