Disinformazione eterologa
“Flop fecondazione”, “Nascite in calo dopo la legge 40”. Sono di questo tenore i titoli con cui il 3 luglio i principali quotidiani italiani hanno scelto di presentare la relazione del ministro della Salute Livia Turco sullo stato di attuazione della legge sulla fecondazione artificiale, un paper elaborato a partire dai dati raccolti nel 2005 dal Registro nazionale delle strutture autorizzate all’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita (Pma) e trasmesso al Parlamento il 2 luglio. Compatti, grandi giornali, politici “liberal” e scienziati “biofaustiani” hanno voluto leggere nel rapporto la prova inappellabile del fallimento di quella norma controversa che già il 12 giugno 2005 avevano sperato (invano) di abrogare per via referendaria. Eppure quella relazione contiene più di un punto su cui sindacare è lecito, se non doveroso. A partire dal fatto che dei 330 centri che praticano la Pma in Italia, solo 276 sono forniti di regolare autorizzazione regionale, mentre i 54 centri che operano nel Lazio ne sono a tutt’oggi sprovvisti, pur essendo iscritti al Registro nazionale.
In medicina, lo scopo di una raccolta dati rispetto a una tecnica non è solo di rilievo statistico, ma anche esplorativo di parametri irrinunciabili, quali efficacia e sicurezza. Per questo nei Registri nazionali europei ed extraeuropei sulla Pma la raccolta di informazioni avviene ciclo per ciclo, così da rendere possibile la valutazione specifica di ciascuna delle variabili più significative (tipo di infertilità, patologie precedenti, effetti collaterali della terapia sulla donna eccetera). Nella relazione del ministero, invece, la metodologia di raccolta è in forma aggregata, cioè descrittiva del fenomeno nel suo complesso, perciò la verifica di efficacia e sicurezza non è stata possibile. È stata possibile solo un’indagine epidemiologica, viziata da alcune, non proprio minime, irregolarità.
L’irregolarità più evidente è la perdita di dati, provenienti da 169 centri. Delle 6.243 gravidanze ottenute da tecniche “a fresco” (cioè senza il congelamento di embrioni o di ovociti) solo 3.303 sono state seguite fino al parto, e delle 451 ottenute dopo scongelamento di embrioni o di ovociti solo 325 sono state seguite fino al “bambino in braccio”. Dunque la perdita di dati, pari al 45,8 per cento, è tale da inficiare la possibilità di trarre interpretazioni e conclusioni, vista l’importanza dell’indicatore cui si riferisce. Nessun epidemiologo potrebbe ragionare sulla quantità di gravidanze ottenute e poi proseguite o interrotte (cioè sul numero e la percentuale degli aborti e dei bambini nati) né sull’eventuale presenza di effetti collaterali nella donna e nel bambino. Così stando le cose, si può solo affermare che sono nati vivi 3.649 bambini, senza nessuna possibilità di interpretazione o di confronti con il 2003. L’errore metodologico è tanto più grave se permette poi di attribuire, come si legge a pagina 7 della relazione, «l’aumento degli esiti negativi delle gravidanze all’obbligo di impianto di tutti gli embrioni previsto dalla legge 40». Vista la perdita di dati, una affermazione di questo tipo è chiaramente ideologica, perché gli esiti negativi non sono affatto calcolabili. Anche secondo il ministero la diminuzione del numero di gravidanze rispetto al 2003 è solamente «ipotetica», cioè desunta da calcoli probabilistici su due periodi non confrontabili a causa della diversa modalità di raccolta dei dati, e del diverso numero di centri e di pazienti, entrambi in aumento nel 2005 rispetto al 2003. Solo 96 dei 169 centri che hanno partecipato alla raccolta dati nel 2005 lo avevano fatto anche nel 2003. Si possono solo dare numeri assoluti a riguardo: le gravidanze sono aumentate da 4.807 nel 2003 a 6.235 nel 2005.
Interessante è notare che nei nostri centri si congela solo il 12,2 per cento degli ovociti, il 51,1 per cento viene scartato, cioè buttato, il resto è inseminato. Come mai non li congeliamo? Il ministero, di nuovo, appioppa la colpa alla legge 40, che non permettendo di «produrre più di tre embrioni da trasferire in un unico impianto», di fatto costringerebbe a eliminare gli ovociti in sovrannumero (pagina 5). In realtà, meno ideologicamente, la responsabilità del mancato congelamento di molti ovociti è da attribuire esclusivamente all’applicazione delle tecniche di assai mediocre livello e al fatto che le Regioni concedono l’autorizzazione a tanti, troppi centri che non sono in grado di gestire la crioconservazione degli ovociti. È forse un’ovvietà dire che congelare ovociti è un risparmio di salute per la donna, oltreché un efficace freno al vile commercio che se ne fa in altre parti d’Europa, e che buttare ovociti è sicuramente meglio che buttare embrioni?
Infine, per chiudere, le tecniche della Pma sono due, la Fivet (fecondazione in provetta mediante il contatto di ovociti e spermatozoi) e la Icsi (iniezione diretta dello spermatozoo nell’ovocita). La frequenza del loro utilizzo in Europa è rispettivamente del 51 e del 49 per cento. Sui nostri quotidiani, però, non è stato fatto alcun rilievo sulla constatazione che, secondo l’indagine, nei centri italiani la Icsi viene praticata per il 72,8 per cento, a fronte del 21,2 per cento della Fivet. Un uso spropositato di cui peraltro lo stesso ministero della Salute si mostra preoccupato. Nella letteratura medica internazionale la Icsi è associata a malformazioni del tratto urogenitale e ad anomalie dell’imprinting genetico, con un raddoppio del numero di malformazioni nei nati da Pma rispetto a quello della popolazione generale.
Centri con zero pazienti
Una relazione, dunque, con evidenti problemi a livello della metodologia di raccolta dati e della cultura che ne è all’origine, poco abituata a collaborare alla registrazione metodica delle informazioni. Sarebbe interessante costituire un registro nazionale obbligatorio circa il follow-up dei nati da fecondazione in vitro, alla nascita e a distanza, ma è legittimo essere scettici: vista la perdita di dati in un così breve arco di tempo, i nove mesi di una gravidanza a termine, è forse troppo temerario pensare di verificare la comparsa di malformazioni associate alla tecnica, visto che richiederebbe un periodo di osservazione di 10-20-30 anni.
Ha sicuramente ragione il ministro Turco quando chiede che «si continui a riflettere con sobrietà e rigore sulla legge, a partire dagli esiti dell’applicazione delle tecniche». Ma prima di auspicare una revisione delle Linee guida da parte del Consiglio Superiore di Sanità c’è da augurarsi che la prossima relazione del ministero sia più rigorosa, per un giudizio più veritiero su una norma che invece oggi, proprio grazie all’imperizia dell’indagine ministeriale, l’Unità ha di nuovo l’occasione di definire «legge medievale». “Medievali”, per ora, sono forse più le modalità di applicazione della legge nel nostro paese (bassa percentuale di congelamento degli ovociti rispetto alla media europea, autorizzazione alle pratiche di Pma anche a centri con meno di 500 pazienti e persino a 5 centri con 0 pazienti, come si legge a pagina 62 della relazione.) e la metodologia dell’indagine ministeriale che la legge stessa.
Medicina e Persona
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