DIVENTA GIALLO IL CONTINENTE NERO

Di Rodolfo Casadei
07 Aprile 2005
LA PENETRAZIONE ECONOMICA CINESE IN AFRICA è FUNZIONALE A UN PROGETTO GEOPOLITICO. CHE FAVORISCE I PEGGIORI REGIMI AFRICANI

Per settimane l’unico aspetto della tragedia del Darfur che ha sollevato scandalo nella stampa internazionale è stata la renitenza americana ad accettare che gli eventuali accusati di crimini contro l’umanità in quella regione venissero deferiti alla Corte penale internazionale, la cui giurisdizione gli Usa non riconoscono. Poche righe sul fatto che, nonostante il numero stimato delle vittime abbia oltrepassato le 200 mila, l’Onu continua a rifiutarsi di definire genocidio quello che sta accadendo. Praticamente nessuna sulle minacce di veto a qualunque risoluzione che prevedesse sanzioni contro il governo sudanese da parte della Cina. Nella risoluzione recentemente approvata le sanzioni riguardano solo i singoli individui di cui saranno accertate responsabilità nelle violazioni dei diritti umani nel Darfur.
La complicità della Cina con le politiche repressive del governo sudanese, prima nel Sud del paese e oggi nel Darfur, si spiega con gli ingenti interessi petroliferi che i cinesi hanno maturato nell’ultimo decennio in Sudan, dove hanno costruito 1.600 chilometri di oleodotti grazie ai quali importano in Cina una quantità di petrolio pari al 5 per cento del loro fabbisogno nazionale. Parte di esso viene pagato con forniture di armi, nonostante i vari embarghi vigenti.
Il silenzio quasi generale dei media sulla politica sudanese della Cina rientra nel più generale silenzio sulla penetrazione politica ed economica cinese in Africa, che ha conosciuto un boom negli ultimissimi anni. L’import-export fra Cina e Africa nera è quasi triplicato fra il 2000 ed oggi, passando da poco più di 10 miliardi di dollari a 30. Dieci anni fa il rapporto fra l’import-export cinese con l’Africa e quello americano era di 1 a 14, oggi è sceso a 1 a 2. Sia la Cina che gli Usa hanno deciso, dopo i fatti del 2001, di diversificare le loro fonti di approvvigionamento petrolifero puntando di più sul greggio africano e di meno su quello arabo. Ma mentre lo sforzo americano ha portato ad un 21 per cento di petrolio africano sul totale di quello importato dagli Usa, i cinesi sono già arrivati a un terzo del loro totale. Attualmente compagnie cinesi ricostruiscono la rete ferroviaria in Nigeria, ripavimentano l’80 per cento delle strade del Ruanda, sfruttano il rame dello Zambia e il legname tropicale della Guinea Equatoriale, gestiscono metà dei supermercati del Lesotho, riabilitano la rete elettrica dello Zimbabwe, costruiscono infrastrutture di ogni genere in Etiopia. E non si tratta di attività meramente economiche, centrate sulla ricerca di profitto, ma di iniziative evidentemente al servizio della politica estera cinese. Due gli indizi che portano a tale conclusione: la maggior parte degli affari citati hanno margini di profitto strettissimi, destinati a trasformarsi in perdite; gli “stati canaglia” sottoposti a sanzioni internazionali, come Sudan e Zimbabwe, sembrano godere di speciali preferenze. Le motivazioni della cooperazione sono strategiche: espandere l’influenza della Cina sul continente, assicurarsi l’accesso alle materie prime africane, funzionali all’espansione industriale cinese, procurarsi degli alleati per le battaglie all’Onu, specialmente per quanto riguarda il destino di Taiwan.

I CINESI DEVIANO IL NILO
L’appoggio al Sudan non deve essere interpretato come un’opzione filo-araba: mentre fiancheggia Karthoum, Pechino non teme di impegnarsi in realizzazioni infrastrutturali destinate a far infuriare il mondo arabo come la grande diga etiopica di Takazee sul Nilo Azzurro. L’Egitto ha fatto sapere che la parola passerà alle armi se qualche paese africano attiverà opere che incidano pesantemente sul regime del Nilo. È bastato ciò perché la Banca mondiale rinunciasse a finanziare il progetto di Takazee. Invece Pechino ha vinto il contratto e ha già avviato i lavori. Faccetta nera sta diventando gialla.

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