Don Oreste Benzi, un bigliettino e la speranza di una vecchia prostituta della periferia riminese
Era una notte di luglio dell’anno scorso, a Rimini. Don Oreste Benzi, sull’auto di un amico poliziotto, era andato a fare uno di quei giri per i viali di periferia in cui cercava di convincere le prostitute a cambiare vita. Solo poche straniere a mezzanotte sui marciapiedi. Da anni la prostituzione a Rimini lavora in casa. Per strada le ultime arrivate, quelle di passaggio, che aspettano a un incrocio un cliente casuale.
A uno stop era ferma una vecchia Bmw scura. Appoggiata alla portiera una ragazza bionda in minigonna, falena abbagliante in quella triste periferia di ombre notturne. Ci fermammo. Il sorriso professionale della ragazza si spense come un’insegna al calare della saracinesca, quando vide il vecchio prete in tonaca nera. Un lampo di noia negli occhi chiari: questo mi farà perdere un cliente, con le sue chiacchere.
Per non sprecare fiato, la ragazza finse di non capire l’italiano. Benzi stava andandosene quando vide che sulla Bmw c’era un’altra donna. Una che aveva almeno 60 anni, i capelli tinti di biondo, grassa, una sottoveste di pizzo nera sul corpo disfatto. Accanto alla falena scintillante, una figura patetica su quel ciglio di strada. A chi vendeva, e per quale misera manciata di euro, la vecchia prostituta i poveri resti della sua bellezza? E chi erano, madre e figlia quelle due sole nella notte, o legate assieme da quale destino?
Don Benzi con la massima naturalezza chiese alla donna come si chiamava. «Maria», rispose lei con accento tedesco. Benzi, sorridendo: «Che bel nome». Maria disse di avere 62 anni, e di fare quel lavoro da 35. Che non poteva smettere perché aveva molti debiti. Disse che la ragazza era una sua amica. Lavoravano evidentemente in coppia. La giovane attirava i clienti, e chiedeva molto. Per i poveracci, per due lire c’era il corpo di Maria, con la sua sottoveste nera.
Maria, a differenza dell’algida e sprezzante compagna, non si mostrò infastidita da don Oreste. Ti posso aiutare a smettere, le disse lui, e le mise in mano un biglietto col suo numero di cellulare. La vecchia lo guardò, rispose: «Magari ti chiamo, mi piacerebbe, sai, scrivere un libro, raccontare tutto quello che ho capito degli uomini, facendo questo lavoro». Lo disse come parlasse di un sogno lungamente covato, la notte, mentre aspettava. «Telefonami a qualsiasi ora», ripeté don Benzi. Ce ne andammo mentre la ragazza bionda si rimetteva in posa, le gambe nude accavallate, seduta sul cofano della Bmw. Non salutò e continuò a fissare nel vuoto gli occhi chiari e tediati – come se non fosse venuto nessuno. La vecchia seguì la nostra auto con lo sguardo, mentre riponeva nella borsetta di strass quel bigliettino, con cura. Come se un inaspettato visitatore fosse passato.
Don Benzi è morto l’altra notte. E quel biglietto lasciato una sera di luglio alla più struggente delle prostitute di Rimini – gettato lì come un seme? La vecchia Maria e la sua debole ma ostinata speranza, chissà.
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