Dopo Teheran, la deriva negazionista fa tappa al Cairo

Di Reibman Yasha
18 Gennaio 2007

Il negazionismo non riguarda solo David Irving, gli skinhead all’amatriciana o il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. L’allarme suscitato dalla conferenza di Teheran era giustificato. Solo due settimane dopo, e non mi sembra che la notizia sia stata ripresa in Italia, al Cairo si è svolto un analogo simposio. L’incontro è stato organizzato da alcuni partiti dell’opposizione guidati dal Partito Socialista arabo egiziano. Il leader di questo movimento, Wahid Fakhri al Uqsuri, ha svolto la relazione principale nella quale ha negato l’esistenza delle camere a gas. Naturalmente, «secondo i più importanti storici» sarebbero morti «solo» tre milioni di ebrei. In definitiva la shoah sarebbe una fandonia utilizzata per meglio “perseguitare” i palestinesi. Gli ebrei si sentirebbero superiori al resto del mondo e i Protocolli dei Savi di Sion sarebbero un documento storico attendibile.
Questo testo era peraltro fino a poco tempo fa in posizione d’onore nella nuova biblioteca d’Alessandria. In Egitto, si sa, la libertà di espressione non è proprio in cima alla scala dei beni tutelati dal governo. Un incontro del genere può dunque avvenire solo con il benevolo consenso delle autorità. Sono segnali ai quali possiamo decidere di non prestare ascolto oppure possiamo provare a soffocarli sul nascere. L’Egitto non è nella lista dei nostri principali fornitori di petrolio, forse – alla vigilia del Giorno della memoria – potremmo riuscire a trovare il coraggio e la forza di farci sentire.

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