Dove i lavoratori vengono ancora trattati come schiavi

Di Eid Camille
11 Ottobre 2007

Le condizioni di vita dei lavoratori stranieri nei paesi del Golfo tornano ogni tanto alla ribalta grazie a qualche nuovo episodio di discriminazione. Pochi giorni fa, un giornale del Kuwait ha riferito di un datore di lavoro che ha tagliato con le forbici le orecchie al suo domestico indiano «perché non ha ascoltato le sue parole». Qui il trattamento dei lavoratori assomiglia molto spesso a una forma di schiavitù moderna. Il numero dei lavoratori stranieri nel Golfo supera i 12 milioni, compresi i familiari. La gran parte vive in Arabia Saudita: ben 7 milioni (il 30 per cento della popolazione); negli Emirati Arabi la percentuale sale all’80 per cento (oltre due milioni), nel Kuwait è del 63 per cento (circa un milione e mezzo), nel Qatar il 72 per cento (420 mila), nell’Oman il 26 per cento (630 mila) e nel Bahrein il 26 per cento (280 mila). Il vero dramma di questi lavoratori, in particolare quelli provenienti dal Sud-Est asiatico, è il meccanismo dello sponsor. Ci sono dei mediatori per le aziende che raccolgono i passaporti dei migranti e dichiarano di pagare al singolo lavoratore uno stipendio di almeno 500 dollari al mese. In realtà ne pagano 100 e intascano il resto. I lavoratori non possono ribellarsi perché i loro documenti sono nelle mani dei datori di lavoro, mentre le ambasciate dei paesi interessati esitano a intervenire per non perdere le rimesse dei “nuovi schiavi”, stimate in 25 miliardi di dollari l’anno. Solo di recente alcuni paesi hanno iniziato a fissare delle norme di lavoro, quali il giorno di riposo settimanale e il massimo di ore straordinarie consentito. Siamo comunque lontani dal potere affermare che “il lavoro rende liberi” ovunque.
    camilleid@iol.it

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