Dove sbagliano i palestinesi

Di Luigi Amicone
11 Gennaio 2001
Nessun governo israeliano potrà mai accettare il “diritto al ritorno” in Palestina per i 3,7 milioni di profughi del 1948, né rinunciare in toto alla sovranità sulla Spianata del Tempio. Il piano Clinton offriva ad Arafat il massimo: sovranità sulla quasi totalità dei Territori Occupati e Gerusalemme capitale. I palestinesi hanno perso un’altra occasione. Parola di Zeev Sternhell, il più autorevole storico israeliano laburista. Che precisa: “tutti i coloni ebrei a Gaza e gran parte di quelli in Cisgiordania devono andarsene”

ocente di Scienze politiche all’Università ebraica di Gerusalemme e storico di fama internazionale (autore tra l’altro di studi originali sul fascismo, “L’ideologia fascista in Francia” e “Nascita dell’ideologia fascista”, entrambi tradotti in Italia da Baldini&Castoldi) Zeev Sternhell è un sionista della vecchia guardia laica e socialista. Nel suo ultimo libro sulla “Nascita di Israele” – pubblicato in Francia (1996), negli Stati Uniti (1998) e in Italia (1999) – benché scritto in un’epoca in cui dominava un generale ottimismo sugli sviluppi del processo di pace scaturito dagli accordi di Oslo del ’93, Sternhell ammoniva: “La pace rappresenta un pericolo mortale per il sionismo di sangue e terra, un sionismo che non può immaginare la volontaria restituzione di nemmeno un metro del territorio sacro della terra di Israele”. Purtroppo la violenza di questi ultimi mesi e la probabile vittoria elettorale – paradossalmente favorita dal “no” di Arafat all’ultimo piano Clinton – di Ariel Sharon alle elezioni politiche anticipate che si terranno il prossimo 6 febbraio, stanno dando ragione alle preoccupazioni dello storico israeliano. Il processo di pace cominciato a Madrid dieci anni fa (e proprio da Sharon e dai suoi alleati della destra religiosa sempre duramente osteggiato; ricordiamo per altro che fu la provocatoria visita di Sharon alla Spianata del Tempio a innescare agli inizi dello scorso autunno la nuova Intifada palestinese) è sul punto di essere azzerato. “Oggi più che mai l’insediamento nei territori mette in pericolo la capacità di Israele di svilupparsi come società libera e aperta. Ma come tutti i precedenti tentativi di colonialismo, quello che la destra israeliana vorrebbe imporre ai palestinesi avrà sicuramente una fine. Il solo fattore oggi incerto – scriveva nel 1996 – è il prezzo morale e politico che la società israeliana dovrà pagare per superare la resistenza che lo zoccolo duro dei coloni opporrà sicuramente a qualsiasi soluzione giusta e ragionevole”. In questa intervista esclusiva rilasciata a Tempi, Zeev Sternhell spiega quale prezzo stanno già pagando il popolo israeliano e quello palestinese.
Mr. Sternhell, i palestinesi hanno respinto il piano di pace del presidente Usa uscente Clinton perché, dicono, è troppo parziale a favore degli israeliani. Hanno ragione?
No, hanno assolutamente torto. Non so proprio come potrebbero ottenere un accordo migliore di quello, e non è la prima volta che i palestinesi fanno questo errore. Vogliono sempre la luna; per dirlo con altre parole, hanno una strana capacità di perdere le occasioni. Hanno mancato la prima occasione nel 1938, poi nel 1947 e adesso ne perdono un’altra: potevano fondare lo stato palestinese con Gerusalemme capitale e mettere fine all’occupazione israeliana nei territori conquistati nel 1967 con poche modifiche e scambi di territorio. I palestinesi ritengono non negoziabili le questioni della sovranità sulla Spianata del Tempio e del diritto al ritorno dei profughi (che sono 3,7 milioni coi discendenti – ndr). Come attivista israeliano impegnato da trent’anni nel movimento per la pace e per il riconoscimento dei diritti dei palestinesi, mi lasci dire: noi non accetteremo mai il diritto al ritorno, perché questa sarebbe la fine dello Stato di Israele. Pochi giorni fa un gruppo di intellettuali e di attivisti del movimento per la pace, fra cui io stesso, abbiamo pubblicato un appello ai leader palestinesi perché non facessero lo stesso errore che avevano compiuto in passato e per far sapere loro che non avremmo accettato il principio del ritorno dei palestinesi entro i territori che sono parte integrante dello stato di Israele, perché rappresenterebbe la fine dello stato di Israele. Per quanto riguarda la Spianata del Tempio, a nostro parere le moschee dovrebbero essere poste sotto la sovranità palestinese, mentre il Muro del Pianto e i suoi dintorni non dovranno mai essere esclusi dalla sovranità israeliana. Per quanto riguarda la Spianata, si deve trovare una soluzione sulla base di una sovranità congiunta o di una sorta di spartizione dell’area, ma penso che la sovranità congiunta sarebbe la miglior soluzione, o il “migliore errore”. Se i palestinesi rifiutano di raggiungere un compromesso, dovremo aspettare, e ci sarà altro spargimento di sangue, altro conflitto, più militarizzazione, più infelicità, più vite perdute. Se i palestinesi non accetteranno, come sembra, le proposte di Clinton, sono molto pessimista circa il futuro.
E cosa pensa dell’atteggiamento del governo di Barak riguardo alle proposte americane?
Il governo di Barak ha più o meno accettato le proposte, inclusa la partizione di Gerusalemme e il ritorno, in pratica, ai confini del 1967. Ma non può accettare il diritto al ritorno per i profughi palestinesi del 1948-49. Questo è inaccettabile sia per il governo che per l’opinione pubblica che per qualunque israeliano medio, compresi quelli coinvolti nella ricerca di una soluzione negoziata da trent’anni. I palestinesi non riescono a capire questo, ed è una cattiva cosa, è una tragedia.
Ma potrebbe davvero Barak andare alle elezioni con qualche speranza dopo aver pubblicamente accettato la spartizione di Gerusalemme?
Io credo che se la spartizione di Gerusalemme fosse fatta in modo tale da non dividere fisicamente la città e in modo tale che i quartieri ebraici della città vecchia e il Muro del Pianto fossero inclusi nella parte israeliana di Gerusalemme, e fosse trovata una qualche soluzione per la Spianata del Tempio, Barak potrebbe andare al voto con la ragionevole speranza di vincere. Non dobbiamo necessariamente legarci a tutti gli aspetti del piano Clinton, ma dobbiamo ottenere una chiara accettazione dei suoi princìpi. Se non riusciamo a portare i palestinesi su queste posizioni, vuol dire che loro hanno bisogno di un altro partner, forse preferiscono Sharon!
Sarebbe una controparte migliore per loro?
Di fatto, questa è la loro scelta! Sanno bene quello che stanno facendo.
Fra i tanti argomenti su cui palestinesi ed israeliani hanno punti di vista opposti, è certamente molto importante quello relativo ai coloni ebrei in Cisgiordania e a Gaza. Quale soluzione si dovrebbe ricercare, nell’interesse della pace?
Per Gaza la soluzione è molto semplice: dovrebbero essere tutti evacuati immediatamente. Per quanto riguarda la Cisgiordania, occorrerebbe rimuoverne 40 mila, mentre quelli che sono insediati nei pressi del vecchio confine israelo-giordano dovrebbero passare sotto la sovranità israeliana, compensando i palestinesi con territori del Negev attualmente israeliani nei pressi della Striscia di Gaza. Questa probabilmente è la soluzione più realistica. Certo, la migliore soluzione sarebbe quella di evacuare tutti i coloni, ma questo sta diventando impossibile ora. Era possibile vent’anni fa, se i palestinesi fossero stati pronti. Se i palestinesi avessero accettato di firmare un trattato di pace al tempo di Sadat o poco dopo, non ci sarebbero stati problemi nell’evacuare i coloni, perché a quel tempo erano pochi. I palestinesi ci hanno messo troppo a capire che il tempo lavorava contro di loro, e questa è la lunga e triste storia dei nostri rapporti coi palestinesi. Dopo la Guerra dei Sei Giorni avrebbero potuto riottenere tutti i territorio occupati fino all’ultimo metro, se non avessero pronunciato i “tre no” di Khartum: il rifiuto di fare la pace con Israele, di riconoscere Israele e di negoziare con Israele. Ora sta succedendo la stessa cosa, ed è una tragedia: il popolo palestinese soffrirà, gli israeliani soffriranno, ci sarà una recrudescenza di terrorismo, e tutto questo inutilmente, perché prima o poi un accordo dovrà comunque essere fatto.
Si avvicina la data delle elezioni politiche israeliane. Chi le vincerà, e quanto influirà il risultato sul processo di pace?
È difficile dirlo. Attualmente la destra è in vantaggio nei sondaggi, ma la situazione potrebbe cambiare. Oggi come oggi, la destra sarebbe vincitrice e Ariel Sharon diventerebbe primo ministro. La vittoria di Sharon non sarebbe certamente il modo migliore per raggiungere un accordo di pace, conosco possibilità migliori.

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