Dove va la Melevisione

Di Valenti Annalena
01 Ottobre 2003
“Il politically correct instillato ai bambini”

Della imprevedibilità dei bambini bisogna pur sempre dire e stupire.
Il programma “La melevisione” è certo una trasmissione ben studiata, accattivante e furba, usa ciò che ai bambini da sempre piace di più, la fiaba, per vendere i suoi precetti. Il lupo, la strega e l’orco sono i personaggi più simpatici, il male è ridicolizzato, non esiste, o meglio il male lo fa chi va contro la morale del fantabosco, quasi sempre un certo re. Fiaba non è, e il principe ha una faccia da prendere a schiaffi, e il folletto sembra appartenere all’altra metà del cielo, ma quella sbagliata. Ed ecco storie su: non inquinare, e l’inquinatore è il re, non tagliare gli alberi, e indovinate chi li vuol tagliare, in campagna elettorale c’è stata una storia su un re prepotente che voleva invadere tutti i paesi vicini, ed ogni riferimento non pareva puramente casuale. Insomma una melevisione piena di dovete far così, di dobbiamo convivere tutti insieme, amare gli animali, gli alberi, tutti, tranne, forse, quel re. Una trasmissione buonista, moralista, da Rai tre. Puntata di alcuni giorni fa: il folletto e la fata cercano, con trovate varie, di far diventare amici l’orco e la strega, non ci riescono e ci fanno una (lunga) morale fatta di balletto, filastrocca e parole: «Vedete bambini, se nel cuore c’è il male non si può diventare amici di nessuno». Perché alle bambine faccio ancora vedere questa roba! Ma anche dalla nostra stupidità può nascere qualcosa di imprevedibile, e l’imprevedibile prende la forma di mia figlia T., 5 anni, è appena tornata da scuola, ha già litigato con la sua amica A. e con sua sorella C., sente quella morale, immediatamente si alza e, con quel gesto della mano che serve ad allontanare un insetto fastidioso, con quella voce solenne che hanno i bambini quando sentenziano, dice tre parole che spiegano al mondo che lei sa che siamo cattivi, che possiamo essere amici lo stesso e che è stufa dei loro bugiardi precetti:
«Ma va’ cagare!», e, orgoglio della mamma, se ne va.

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