Dove vai, se la Sanità non ce l’hai?
Clima strano per un convegno atipico. Aula Magna dell’Università Statale di Milano: un medico ospedaliero siede al tavolo col Ministro della Salute, il presidente della regione Lombardia, il Sottosegretario al Tesoro e il Segretario generale della Cisl. Li ascolta mentre parlano, poi spara a zero. Ministro, sono passati due anni di governo e la legge Bindi che abbiamo combattuto perché mina il rapporto professionale tra medico e paziente è ancora lì. Presidente, il Piano Sanitario della Regione Lombardia che puntava alla valorizzazione della professionalità sia in ambito ospedaliero che di medicina territoriale si è arenato per ragioni inspiegabili. Sottosegretario, un Governo che non investe sullo sviluppo dei servizi alla persona non ha futuro. Segretario, abbiamo una quota di risorse dedicate alla Sanità tra le più basse d’Europa, la spesa pensionistica più alta, una difficoltà reale a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, ciò è grave anche per chi già opera nel sistema. Felice Achilli, cardiologo, presidente dell’associazione Medicina&Persona che conta 2.000 associati in Italia, Spagna, Canada e Paraguay, è un fiume in piena: «I nostri ambulatori, i nostri ospedali resistono perché ci sono ancora tanti uomini che si occupano del proprio reparto come se fosse la propria casa. Valorizzare i dati positivi dell’esperienza che facciamo, non rappresenta solo un fattore di sviluppo della nostra personalità, ma è il contributo che offriamo alla costruzione del bene comune. Ci sentiamo addosso questa responsabilità, più forte degli schieramenti ideologici, più forte degli interessi particolari, più forte dell’appiattimento sui modelli sanitari». Il convegno, dal titolo “Medico cura te stesso: limiti, risorse, nuove opportunità” si conclude dopo tre giorni di lavori contrassegnati da una partecipazione intensa: 600 congressisti, medici, infermieri, tecnici, amministrativi. Nessun programma turistico, una morigerata cena sociale alla fine del secondo giorno, perché quando ci si appassiona così al proprio lavoro si continua a parlarne anche a tavola. Unico al mondo, questo convegno per “operatori sanitari tutti” che applaudono il cardinale Dionigi Tettamanzi venuto a tenere la sola lezione magistrale prevista dal programma: «l’aziendalizzazione della sanità è doverosa nel senso dell’efficienza e della spinta imprenditoriale da cui devono essere animati tutti gli operatori sanitari perché si evitino sprechi di risorse. Però è problematica se vuole importare modelli non applicabili al settore sanitario». E ancora: «La vera giustizia distributiva non è dare a tutti la stessa assistenza sanitaria erogata direttamente dallo Stato, ma dare a ciascuno secondo il bisogno, alla luce di un’interpretazione della giustizia che si ispira al principio di sussidiarietà, misurata sulla persona: ognuno contribuisce secondo le sue possibilità, ognuno riceve secondo le sue necessità». Il Cardinale è molto concreto, detta il passo e si fa immediatamente compagno di strada.
Limiti, risorse, nuove opportunità
La spesa sociale del welfare nel 2000 in Italia è stata pari al 26,4% del Pil (dati Ocse) con una spesa pensionistica che incide per il 60%. La spesa per le pensioni rappresenta la più alta in assoluto nei paesi europei, pari al 15.8% del Pil contro una media di circa il 10%. In questa situazione vi è una contrazione della spesa per la sanità che, in totale, è l’8% del Pil, pubblica per il 6%. Il 30% circa della spesa sanitaria in Italia infatti è privata e principalmente a carico del cittadino come spesa diretta out of pocket. Il Ministro Girolamo Sirchia dichiara che «comunque l’Italia si colloca bene sia come investimenti che come qualità delle cure rispetto agli altri paesi europei. Ma la spesa cresce e si sta facendo strada l’idea che il primo obiettivo sia il contenimento della spesa. Si tratta invece di trovare il giusto equilibrio tra risorse e costi, la mediazione tra quanto il cittadino italiano è disposto a pagare per quali servizi. Oggi l’equazione è pagare poco e avere tutti i servizi. Il sistema Paese deve definire i Livelli Essenziali di Assistenza (Lea), cioè cosa possiamo e dobbiamo offrire. Se facciamo credere che tutto è disponibile falliamo perché poi dovremo tagliare indiscriminatamente». Roberto Formigoni plaude l’idea di «un nuovo impegnativo patto tra Stato e cittadini». Ma è il futuro. Il presente della Regione Lombardia è la quota più bassa di finanziamento alla sanità da parte dello Stato rispetto al proprio Pil: il 4.8% contro il 9.6% della Campania e della Puglia. Infatti essa partecipa con oltre 3 miliardi di euro al fondo di solidarietà nazionale per il 55% del suo ammontare complessivo, aiutando quelle regioni che hanno una compartecipazione all’Iva inferiore alle necessità del finanziamento per la sanità. Bisogna quindi realizzare il vero federalismo fiscale per eliminare questa penalizzazione.
Il Sottosegretario al Tesoro Giuseppe Vegas ci tiene a precisare che gli investimenti del Governo per la sanità sono in costante aumento, del 13% nel 2003 e del 21% nel 2004: entro la fine della legislatura si supererà il 6% del Pil (con un incremento di un punto percentuale), grazie a un investimento complessivo di 10 miliardi di euro. La spesa sanitaria però è in continuo aumento: del 63% dal 1999 al 2000. Incidono soprattutto la farmaceutica e i servizi, che raddoppiano da un anno all’altro, mentre i costi del personale subiscono un rialzo di oltre il 30%. «Che tipo di sanità pubblica vogliamo? Quali Lea hanno diritto di cittadinanza nel nostro sistema?» si chiede Vegas.
Dirigenti senza budget
Pezzotta contrattacca: «trovandomi in un ambito medico mi sembra giusto parlare di accanimento terapeutico contro le pensioni». La platea ride ma applaude solo timidamente la ricetta sindacale: «Chi può decidere dove tagliare la spesa sanitaria? è una difficoltà di natura etica. Ci sono momenti in cui sarebbe più utile aumentare le tasse invece di ridurle». Insomma la coperta è corta, comunque la si tiri. Se non sono pensioni sono tasse. Pezzotta naturalmente difende il sistema previdenziale italiano «tra i più moderni d’Europa», ma sulla salute invoca il diritto costituzionale di universalità come valore e di solidarietà come principio. Tutto per tutti, Lea uguali a Napoli come a Milano. No ai sistemi assicurativi che creano un sistema a due velocità, per chi può e chi non può. No ai ticket differenziati tra regioni: c’è chi paga i medicinali un euro a ricetta, chi 2, chi nulla. La soluzione: tasse, controllo dell’evasione fiscale, emersione del lavoro nero. Infine un accenno al contratto nazionale della sanità che attende da 18 mesi. «Se venisse rinnovato, il clima sarebbe forse più sereno». Medicina&Persona ringrazia Pezzotta per la disponibilità al confronto ma non esita a prendere posizione: «Noi non siamo sindacato, non facciamo politica, la nostra missione è culturale – afferma Achilli. Riconosciamo il ruolo importante che la Cisl può svolgere in un contesto che richiede scelte coraggiose e a volte impopolari. Ma il sindacato deve smettere di difendere il posto di lavoro a vita e favorire forme nuove che valorizzino la competenza. Continuiamo ad essere impiegati, dirigenti senza budget reale, senza che ci sia alcuna valutazione di merito e correzione di inadempienze, in un sistema che vede gli stessi medici preoccupati a difendere interessi corporativi e non a sviluppare la professionalità».
La battaglia da fare
Sirchia accenna a un nuovo problema: l’assistenza territoriale domiciliare non ci sta nei Lea. Occorre trovare una sorgente alternativa di risorse. Una possibilità è costituita dalle Polizze Malattie individuali già diffuse. «Perché non indirizzarle verso la libera professione ospedaliera ad un prezzo calmierato? Le assicurazioni sono già interessate. Il gettito iniziale sarebbe di 5 miliardi di euro che potrebbe aumentare se le polizze venissero incentivate». L’impressione è che manchi una progettualità adeguata alla grandezza del problema. Risuona una volta di più l’invito di monsignor Tettamanzi: «qualcuno deve pur iniziare, rimettersi in gioco, inventare o re-inventare nuove strutture o regolamenti». Medicina&Persona è quel qualcuno che da quattro anni combatte una battaglia. Le indicazioni per ripartire nella direzione giusta non sono mancate durante il convegno: incentivare le iscrizioni ai corsi di laurea in Scienze infermieristiche, impiegare i medici specializzandi come medici veri e propri e non come studenti, trasformare i bollini dell’Educazione Continua in Medicina in un vero processo di formazione continua sul posto di lavoro sul modello anglosassone del Continuing Professional Development.
«La battaglia per la sanità non può ridursi a un guerra degli schieramenti ideologici, o di spartizione partitica – conclude Achilli – ma riguarda la costruzione del bene comune. Un sistema sanitario che vuole servire la persona, deve investire sulla professione. Una professione disposta ad assumersi sino in fondo la responsabilità di svolgere il proprio ruolo, oltre le competenze strettamente tecniche. Infatti una professione che non percepisca più se stessa come esposizione di tutta la persona, e non si senta tesa alla costruzione del bene comune, finirà, prima o poi, per tradire anche la propria vocazione “tecnica e clinica”». Lo scenario è preoccupante: un incremento progressivo della spesa sociale con una senescenza della popolazione che crescerà costantemente e chiederà maggiori investimenti. Da dove prendere le risorse aggiuntive per la sanità se in Italia la spesa pensionistica pesa per il 62% della spesa sociale? Ci attendono scelte impopolari ma non più rinviabili, indispensabili per un equilibrio della spesa all’interno del welfare.
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