Dovere di eguaglianza per noi, diritto di differenza per loro

Di Tempi
12 Ottobre 2006

La settimana scorsa ha portato molte notizie illuminanti sulla crisi dell’identità europea: in Spagna sono state espunte dalle plurisecolari feste patronali le scene dei mori uccisi e le distruzioni in effigie di Maometto per non urtare la sensibilità dei musulmani; in Olanda è stato presentato il progetto del primo ospedale islamico nel paese, dove saranno rispettate le norme alimentari islamiche e il personale sarà sessualmente segregato per accudire separatamente maschi e femmine; a Londra un poliziotto musulmano ha ottenuto l’esenzione dal turno di guardia all’ambasciata israeliana adducendo “rischi per la sicurezza della famiglia”, e il Daily Telegraph ha fatto presente che, in base alla legge britannica sull’eguaglianza il cui varo è prossimo, «un programmatore informatico di convinzioni cristiane potrebbe essere denunciato per essersi rifiutato di programmare un sito destinato a far incontrare coppie omosessuali; diventerebbe illegale per un centro cristiano per ritiri e conferenze rifiutare prenotazioni di gruppi di gay e lesbiche». Il panorama è chiaro: l’Europa impone il dovere dell’eguaglianza ai suoi mentre riconosce il diritto alla diversità agli Altri; solo chi ha sofferto per mano europea ha diritto alla differenza, mentre gli europei autoctoni hanno il dovere dell’indifferenza, nel triplice senso di non differenza, astensione dal giudizio sui valori altrui, disinteresse nei confronti della propria storia. I due atteggiamenti convergono in un’unica pulsione autodistruttiva: l’uguaglianza assoluta implica l’assoluta immobilità (il movimento crea differenze), cioè la morte; il cedimento all’assertività altrui mentre si rinuncia alla propria prepara l’estinzione. Siamo sotto l’impero della pulsione di morte.

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