Due o tre cose su Pinochet che non si imparano ascoltando gli Inti Illimani
Cos’è che non va nei commenti sdegnati che hanno inseguito Augusto Pinochet nella tomba? Non va la disinformazione. È vero che il generale fece un lavoro sporco e cattivo. Prima con un colpo di Stato. Poi con una dittatura che non lasciò scampo agli oppositori. Ma cos’era il Cile di Salvador Allende? Era un paese allo sbando, con un’inflazione alle stelle, i lavoratori in piazza a manifestare contro “il governo della miseria”, i comunisti che, non contenti della politica di nazionalizzazioni che stava disintegrando l’economia, spingevano per una soluzione ancora più radicale di quella attuata dai socialisti, appoggiando l’estremismo armato e rifiutando con sdegno ogni alleanza con la Democrazia cristiana. Quando i militari presero il potere non è affatto vero che la maggioranza dei cileni la pensasse come la pensano ancora oggi le anime belle di casa nostra cresciute con le canzoncine degli Inti Illimani. Prova ne è che Pinochet non ebbe grandi difficoltà a governare per diciassette anni e a indire lui stesso il referendum che lo avrebbe spodestato.
Pinochet fece poi altre cose oltre a imparare da sovietici, cinesi e cubani come ci si sbarazza dei dissidenti. Fece una serie di riforme liberali, sconfisse l’inflazione e garantì al Cile una pace e una prosperità a tutt’oggi insuperate nel continente sudamericano. Invece che miserabili populismi e guerriglie assistite – tecnicamente dai fucili cubani, ideologicamente dagli intellettuali europei – l’eredità politica di Pinochet fu un Cile con indici di sviluppo umano, democratico ed economico di parecchie spanne superiori a quelli di tutti gli altri paesi latinoamericani. Questo per dire che se non si possono accettare le maniere criminose con cui un generale ha spaccato la testa a quel partito di deficienti che è il partito guevarista internazionale, nemmeno ce la si può cavare con le barzellette di Repubblica.
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