Due più due fa quattro, tutto è normale, tutti sono uguali. E tutti nessuno
Massachusetts. 10 agosto 1954. Così, in una lettera, la scrittrice Mary McCarthy (uno dei mostri sacri dell’intellettualità liberal del dopoguerra americano) chiedeva lumi alla sua amica filosofa Hannah Arendt : “Avrei bisogno di parlarti di un problema connesso al romanzo, il quale tratta di bohemien e della dogmatizzazione dell’ignoranza. Oppure della frantumata scienza dell’epistemologia. ‘Come fai a saperlo?’ Continua a cianciare uno dei personaggi, di fronte a qualsiasi affermazione di ordine estetico o fattuale. Nel campo della morale, la domanda reiterata è :’perché no?’ ‘Perché non posso uccidere mia nonna se ne ho voglia? Dammi una sola buona ragione’, implora un altro personaggio. Questo è il vecchio problema di Raskolnikov (in Delitto e Castigo), ma una specie di parodia grottesca; chi pone la domanda non la fa sul serio, si trova in uno stato di agitazione mentale, come un bambino che insiste per avere risposte che sa che non potrà capire. Penso che questa pseudoricerca o pensosità stupida, si stia generalizzando nella società moderna; l’uomo medio, diffidente e furbo, è una sorta di intellettuale. Caricatura dal filosofo, dubita e ha una bramosia d’informazione come di zucchero. Osservo tutto questo e sto tentando di descriverlo, ma non so – e vorrei parlarne con te – quando e come è accaduto, storicamente. Sento di aver messo il dito su un argomento che non sono preparata ad affrontare.
A partire da quando questo dubbio ritualistico ha incominciato a impregnare prima la filosofia e poi il pensiero popolare?”. Come si vede, negli Usa si rifletteva sulla deriva del pensiero debole già a metà del secolo scorso, quando i nostrani campioni del pensiero relativo (come Umberto Eco) frequentavano ancora l’Azione cattolica e allorché si sarebbe dovuto attendere altri quarantanni prima che illustri accademici italiani (come Gianni Vattimo) venissero acclamati come grandi filosofi della post-modernità per ideuzze in voga negli States anni ’50. E cinquant’anni fa, una filosofa pressoché sconosciuta nell’Italia intellettuale formatasi sul provicialismo gramsciano-azionista della plumbea Torino, rispondeva così ai quesiti dell’amica:”Si e distorto il buon senso e la sua natura sensuale in una specifica forma di ragionamento che Hobbes, il piu grande maestro fra tutti, chiamava “tenere conto delle conseguenze, (…).
L’errore è semplice: qualsiasi sciocco può mostrargli l’assunto e partire per conto suo da un’ipotesi diversa, giungendo a una ‘verità’ diversa. In questa tradizione, non è affatto il dubbio che genera la discussione, ma l’assunto. (…) La vita si svolge mediamente in un mondo dato dai sensi, e controllato e guidato dal buon senso. Se si perde il buon senso, non esiste piu un mondo comune, neppure quel mondo dal quale il filosofo cerca con insistenza di estraniarsi temporaneamente e a cui deve sempre ritornare. La corruzione del buon senso cominciò quando si ammise che non era un senso a costituire il mondo comune bensì una facoltà che tutti condividiamo. Questa è la facolta logica, per cui diciamo all’unanimità: 2 più 2 uguale 4. Ma questa facoltà, benchè la possediamo tutti, non è in grado di guidarci nel mondo, né di aiutarci ad afferrare checchessia. Sottolinea solamente la totale soggettivizzazione, pure se assumiamo (in modo errato certamente) che tutti i soggetti sono gli stessi. Su questa linea di sviluppo, si deve arrivare a concepire l’idea di ‘uomini normali’ i quali, in mancanza di un mondo che li accomuni, sono tutti uguali. Dato che questo è certamente impossibile, si ha una situazione in cui tutti ‘non sono normali’, tutti richiedono l’aiuto di un qualche psicoanalista o Dio sa che altro, per diventare come ‘tutti gli altri’ – ossia come qualcuno che è nessuno nel senso piu letterale della parola. Un uomo normale è qualcuno che ripete all’infinito: due piu due uguale quattro”. Dov’è l’errore principale? “È pensare che la verità sia il risultato finale di un processo di pensiero. La verita, al contrario, sempre l’inizio del pensiero…il pensiero inizia quando un’esperienza di verità colpisce nel segno”.
Questo è il dramma delle tante parole in libertà e della conseguente tragica confusione prodotte nell’opinione pubblica dai dibattiti pieni di logica astratta e di poco buon senso. Si tratti di politica o di diritti civili, di condizione della donna o di riforma delle pensioni, di fecondazione o di biotecnologie, nei giornali, in tv come nelle stanze dell’Accademia, non si vede sottomissione alcuna all’esperienza. Ben lontani dalla verità viviamo in analoghi e terribili giorni descritti dal profeta Amos, quando viene la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola vera. “Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, ma non la troveranno”.
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