Due popoli col coltello fra i denti

Di Rodolfo Casadei
22 Novembre 2007
Belgrado-Pristina, le utopie inconciliabili. Ma nessuno arretra. In gioco c'è la faccia

«La Serbia si prenderebbe cura della popolazione serba del Kosovo e la sosterrebbe in ogni possibile maniera e ovunque, nell’area settentrionale come nelle enclave». Slobodan Samardzic, ministro di Belgrado per il Kosovo-Metohija (così i serbi chiamano la regione) non rilascia interviste dirette, ma le parole con cui la sua portavoce Daniela Nikolic assolve al compito di rispondere alle domande di Tempi non potrebbero essere più chiare e impegnative. L’interrogativo posto era: cosa farà la Serbia quando la popolazione serba residente in Kosovo mostrerà di non accettare un’eventuale dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte degli albanesi kosovari? La risposta lascia pensare che non solo Belgrado è pronta a dare man forte anche militarmente ai serbi kosovari, ma è orientata a gettare le basi di una spartizione de facto: «Conserveremmo e rafforzeremmo le istituzioni già presenti sul terreno, le cosiddette istituzioni parallele (cioè principalmente il Consiglio nazionale serbo, ndr), allo scopo di proteggere la gente, le proprietà e il patrimonio storico, e progressivamente potremmo anche creare nuovi meccanismi amministrativi». I serbi non riescono a credere che gli altri europei li vogliano mettere con le spalle al muro. Il parlamento ha concesso al governo la facoltà di deliberare sanzioni economiche contro i paesi che riconoscessero un Kosovo unilateralmente indipendente, ma più che le poco credibili minacce commerciali davanti all’interlocutore vengono agitate minacce relative alla stabilità della regione e alle gatte da pelare che l’Europa si ritroverebbe: «La Serbia ricorderebbe nei più forti termini possibili alla comunità internazionale che un atto come l’indipendenza unilaterale è contrario al diritto internazionale, e che i paesi che lo appoggiassero metterebbero a repentaglio le loro relazioni con noi. Che siamo il principale paese dell’Europa sud-orientale, con 8 milioni di abitanti e un altro milione e mezzo di serbi che vivono nella Repubblica Serba di Bosnia. Che stiamo mietendo un successo dopo l’altro sulla strada di una robusta democrazia. Che siamo un fattore importante della stabilità della regione. Il ruolo che l’Unione Europea deciderà di svolgere è decisivo: non è affatto probabile che gli Stati Uniti sostengano da soli una dichiarazione di indipendenza unilaterale del Kosovo, a meno che Bruxelles non sia disposta a sostenere la missione sul terreno. Nel qual caso, a pagare il prezzo dell’avventura sarebbe proprio la Ue. Dunque l’Europa farebbe meglio a impegnarsi in maniera costruttiva, e non sarebbe mai troppo tardi».

«Non contiamo sulle superpotenze»
Il clima si fa un po’ più disteso quando chiediamo dei negoziati della “troika” Ue-Usa-Russia, ai quali Samardzic prende parte come capo della delegazione serba. «Il team negoziale serbo è deciso a fare in modo che i negoziati abbiano il maggior successo possibile», assicura la Nikolic. «La questione dello status finale è complessa, riguarda il diritto internazionale, le risoluzioni e la carta dell’Onu, il problema di creare un precedente; ma anche i temi dei diritti umani, della coabitazione, dello sviluppo economico sostenibile per tutte le comunità in Kosovo. Piccole nazioni come Serbia e Kosovo farebbero bene a badare da sé ai propri interessi, senza appoggiarsi troppo alle grandi potenze. Superare il passato è indispensabile per creare un futuro di prosperità, e questo è un processo che riguarda l’intera regione». Molto interessante che il responsabile serbo dei negoziati utilizzi l’espressione “piccole nazioni” per Serbia e Kosovo, riconoscendo così l’esistenza di due entità differenti, e che le metta in guardia dall’affidare il loro destino nelle mani delle superpotenze, che tendono a fare i propri interessi anziché quelli di tali piccole nazioni, contraddicendo quanto aveva detto a Le Monde l’altro capo del team negoziale serbo Marko Jaksic, e cioè che la Serbia aprirà le porte a basi militari russe. Effettivamente il ministro per il Kosovo-Metohija è convinto che il Kosovo non potrà mai tornare sotto la sovranità della Serbia nelle vecchie forme, cioè la dipendenza diretta dei tempi di Milosevic o l’autonomia dell’epoca pre-Milosevic. E ai “tempi supplementari” del negoziato ha portato la sua proposta di un’autonomia sul modello di Hong Kong, cioè del tipo “un paese, due sistemi”. Così la illustra la sua portavoce: «L’autonomia sul modello di Hong Kong è molto simile alla proposta che la Serbia aveva avanzato nella prima fase dei negoziati, la cosiddetta Piattaforma serba. Tale piattaforma offre la divisione delle competenze, elencando in una lista i poteri riservati ed esclusivi rispettivamente di Serbia e Kosovo in ambito finanziario, giudiziario, legislativo. Delinea anche come dovranno essere le relazioni con la comunità internazionale, con le istituzioni finanziarie mondiali, eccetera. Hong Kong è un buon esempio di un accordo di tipo simile che è riuscito a produrre una soluzione sostenibile ed economicamente vantaggiosa».

«Kustunica tira per le lunghe»
«È la solita strategia della Serbia: un passo avanti, un passo indietro», commenta scettico Lufti Haziri, vice primo ministro del governo autonomo del Kosovo, che trova il tempo per un’intervista telefonica con Tempi nonostante la campagna elettorale al calor bianco per il rinnovo del parlamento e dei consigli comunali (quando questo numero sarà in edicola i risultati del voto saranno già noti). «Tutti capiscono che questa è una presa in giro: anche la gente di Hong Kong non è soddisfatta del modello Hong Kong e l’ha superato. E poi è una soluzione irragionevole nel contesto europeo. Un Kosovo trasformato in una Hong Kong europea è l’ultimo dei problemi che vogliamo avere, mentre la nostra prospettiva e la nostra aspirazione è l’Europa. Non può funzionare, non è un modello europeo, non è una soluzione funzionale e non ci aiuta a muoverci velocemente per essere inclusi nella famiglia europea. Abbiamo bisogno di uno status chiaro, come è quello di un paese distinto, non possiamo continuare a vivere in un limbo per quanto riguarda il nostro status. Ripeto: perfino Hong Kong ha superato il modello Hong Kong». Qui Haziri sembra rispondere non solo ai serbi, ma al capo della troika, il tedesco Ischingler, il quale ha prefigurato pure una soluzione che ricalca quella adottata a suo tempo per le relazioni fra la Germania Est e la Germania Ovest: riconoscimento reciproco come stati sovrani, ma non indipendenti.
«Che un’autonomia sul modello di Hong Kong possa essere effettivamente implementata dipende dall’impegno di tutte le parti», dicono i serbi. «Che non sono solo Serbia e Kosovo, chiamati a definire le rispettive competenze, ma l’Unione Europea che dovrà essere presente sul terreno soprattutto all’inizio». Haziri comunque non è affatto preoccupato: nel futuro del Kosovo dopo il termine negoziale del 10 dicembre non vede trappole: «Lo Unity team del Kosovo, comprendente anche i partiti di opposizione, ha cooperato pienamente per tutto il periodo dei negoziati; sia quando erano affidati alla missione del presidente Ahtisaari, sia quando è subentrata la troika. Abbiamo lavorato non solo con gli inviati internazionali in Kosovo, ma direttamente coi governi del Gruppo di contatto. Il Consiglio di sicurezza ha deciso altri 120 giorni di negoziati, affidati alla troika: un tempo sufficiente per arrivare a un rapporto finale. A quel punto, scaduto il termine del 10 dicembre, dobbiamo agire, ma naturalmente lo faremo in cooperazione coi principali paesi del Gruppo di contatto, come quelli del cosiddetto Quintetto». Il Quintetto, per chi non lo sapesse, sono tutti i paesi del Gruppo di contatto meno la Russia: Usa, Regno Unito, Germania, Francia e Italia. Haziri sta dicendo che il Kosovo dichiarerà la sua indipendenza senza una risoluzione Onu, ma d’intesa coi paesi del Quintetto. «Dobbiamo coordinarci coi paesi del Quintetto nel post-10 dicembre: è nel nostro interesse, è nell’interesse della regione e dei futuri rapporti internazionali. Ma non dobbiamo dimenticare che il Kosovo sta pagando un prezzo molto alto per questa politica della pazienza. La comunità internazionale deve spiegare a Belgrado che  la politica del rinvio non può più essere accettata. Se continuiamo a trascinare il processo, facciamo il gioco del premier serbo Kustunica, la cui strategia è tirare le cose per le lunghe. È venuto il momento di sostenere le aspirazioni dei kosovari e di liberare tutta la regione, dandole una prospettiva di integrazione europea. Dopo il 10 dicembre, ogni giorno che passa sarà di troppo. Il cammino dei kosovari è durato 18 anni, la Jugoslavia si è disintegrata e tutti devono capire che è arrivato il momento di riconoscere il nostro status».

Il fantasma di Milosevic
I serbi, però, ci sperano ancora. O almeno così fanno intendere: «Probabilmente negli albanesi kosovari è vivo il ricordo di Milosevic, forse mentalmente vivono ancora in quel tempo», fa sapere Samardzic. «Però anche a noi sembra di rivivere quei tempi quando vediamo indiziati di crimini di guerra fra i loro leader politici. Noi ci rivolgiamo alla parte più pragmatica della popolazione del Kosovo, quelli che si rendono conto di quanto utili sarebbero legami sani con la Serbia. Perché alla fine spetta ai nostri due popoli creare un futuro di prosperità per i nostri figli». Belle parole, ma la realtà è molto più prosaica: i kosovari sanno che non potranno avere niente di più di un’indipendenza sotto stretta sorveglianza euro-americana, i serbi sanno che non potranno mai più considerare loro il Kosovo. Tutti quanti stanno solo cercando di salvare la faccia.

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