E che Dio abbia pietà di noi.

Di Tempi
05 Ottobre 2000
Un bimbo terrorizzato nelle braccia del padre, crepitio di pallottole, un barelliere che si lancia in soccorso abbattuto da una raffica di mitragliatore, rumore di granate, polvere, grida tutt’intorno.

Un bimbo terrorizzato nelle braccia del padre, crepitio di pallottole, un barelliere che si lancia in soccorso abbattuto da una raffica di mitragliatore, rumore di granate, polvere, grida tutt’intorno. Poi il silenzio su un bambino che si è accasciato, morente, portando le mani sul viso come per nascondere al mondo il volto della suprema ingiustizia, la morte, specie quella di un bambino che muore così, dentro una battaglia di uomini cosiddetti grandi che si fanno a pezzi in nome della giustizia. Quel bambino che abbiamo visto morire così è un dolore troppo sproporzionato alle parole, che chiude la gola in un groppo e ci fa sentire tutta l’indicibilità e l’impotenza davanti al male del mondo, al nostro male di uomini che capiscono il bene che il cuore desidera e fanno invece il male che il cuore non vuole. Per questo il terrore e la morte di Mohamed erano forse le immagini che avremmo dovuto vedere nelle tv italiane e che la stessa tv israeliana non ha evitato agli occhi e al cuore della propria gente. I lettori perdoneranno se oltrepassiamo la cronaca su quanto sta avvenendo in Israele e Palestina (ne riparleremo a freddo, la prossima settimana, con l’inviato al fronte Gian Micalessin), che purtroppo offre tragica conferma di quanto qui anticipato (cfr. “Grand Canyon in Palestina”, Tempi 31/32 agosto 2000) e di cui c’è ben poco da aggiungere se non che israeliani e palestinesi, Barak e Arafat, sono ostaggi del dio vindice che chiama all’odio e alla vendetta, che il partito del “sangue e terra”, dei religiosi coloni ebraici da una parte e dei radicali islamici dall’altra, non aspetta altro che nuovi capretti da immolare e altri martiri da innalzare nelle processioni funebri. Sia ben chiaro, non facciamo come la stampa paludata che non trova parole per dire esplicitamente che le maggiori responsabilità sono israeliane perché teme di incorrere nell’accusa di antisemitismo. E non dimentichiamo che complice di quanto sta accadendo in Medio Oriente è quella stessa diplomazia che promuove guerre giuste e si affida a giudici e tribunali internazionali quando i gangster si chiamano Milosevic o Saddam, ma se il potente di turno si chiama Israele – la nazione che a causa di Haider rompe le relazioni con la democratica e pacifica Austria e che, giustamente, tiene sotto pressione l’Europa per ogni rigurgito di razzismo – fa più fatica a ricordare che Tel Aviv non rispetta i patti sottoscritti (ormai quasi dieci anni orsono) davanti al mondo e che invece di “terra in cambio di pace”, seguita a prendere a schioppettate un popolo che da mezzo secolo è ridotto a vivere a casa sua come in un immenso campo profughi. Bisognerà tornare a un civile disaccordo dice il saggio re giordano. Ma intanto israeliani e palestinesi sono ripiombati nell’abisso dell’odio. Certo che Israele ha tutti i diritti a esistere e a difendere la propria sicurezza e sovranità nazionali. Ma bisognerà anche spiegare – come bene ha denunciato la stampa liberal israeliana – come si concilia tutto ciò con le provocazioni razziste del ministro Ariel Sharon, il politico che sta all’origine della carneficina sulla spianata del Tempio. Detto tutto questo che non avremmo mai voluto avere occasione di scrivere, resta quell’immagine di un padre e di un figlio abbracciati in quella morte. Un gesto che durerà per sempre e che dice di ogni esistenza umana ritenuta più fortunata, spensierata e di successo, che se sarà giudicata, lo sarà per lo meno al cospetto di quel gesto. Perché se ci sarà, come ci sarà, il giorno del Giudizio, allora è sicuro che tutte le parole inutili con cui abbiamo riempito la nostra esistenza, saranno passate al vaglio di Uno che non potrà non essere infinitamente più misericordioso dei sepolcri imbiancati, i giudici di guerra e di pace di questo mondo.

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