E’ finanza 1/ Quella dei giudici
Così come è tradizione che negli ultimi giorni di campagna elettorale certi magistrati si mobilitino più di tanti politici, allo stesso modo in questo paese il luogo deputato agli affari non è più il mercato, ma la procura. Perciò per capire cosa ci giochiamo il 9 aprile occorre ritornare a Repubblica del 28 marzo. Il quotidiano di Carlo De Benedetti, tessera numero uno del partito democratico, quel giorno riportava le motivazioni con cui il tribunale di Bologna ha respinto il ricorso di Cesare Geronzi contro il provvedimento di interdizione emesso nei suoi confronti dal gip dello scandalo Parmalat. Il tono del giudice bolognese è quello della gogna: la misura adottata a riguardo del presidente di Capitalia «appare sproporzionata in difetto», considerata la sua «inclinazione delinquenziale», «certo non inferiore» a quella del club di Calisto Tanzi, «amico e complice». Geronzi avrebbe «reiteratamente commesso crimini di gravità inaudita mostrando la più totale insensibilità» verso i risparmiatori e via sentenziando.
Sia chiaro, qui non s’intende prendere parte nelle vicende di un uomo molto al di sopra della portata dei più. Neppure ci si stupisce per la contundenza delle parole di un giudice. E nemmeno si pretende di svelare chissà quale complotto. Solo, si constata che denunciare le responsabilità delle banche nel crac di Collecchio tre anni fa costava la testa del coraggioso Tremonti. Invece oggi che Capitalia è uno dei bocconi in palio nel risiko bancario che va delineandosi all’ombra delle elezioni (Intesa e SanPaolo mostrano attenzioni all’istituto romano, che sembra non gradire l’idea di diventare in mano al prodiano Bazoli la chiave del controllo delle Generali), tali responsabilità passano di procura in giornale democratico senza destare mezza domanda. Altro che conflitto d’interessi, quello che va in onda sulle reti del salotto è un vero cortocircuito. Serve ossigeno.
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